Abbiamo davvero bisogno di Dragon Ball Super?

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Parliamoci chiaramente: tutti noi, quando eravamo più piccoli, siamo rimasti estasiati da Dragon Ball.
Le avventure della prima serie catturavano l’attenzione come poche altre cose, trascinandoci in un mondo a metà tra il fantasy e il moderno in cui un bambino un pò stupido ma di buon cuore, dotato di coda scimmiesca e forza sovraumana si buttava in situazioni pericolose per cercare le sfere del drago, che con tutta la storia del drago Shenron rappresentavano un elemento a dir poco interessante per dei ragazzini.
E quando alla fine Goku si ripresentava cresciuto a combattere contro il figlio del grande mago Al Satan, che sempre conosceremo come Junior, malgrado sia una traduzione un pò spartana, potevamo benissimo subodorare la piega che quella bella storia avventurosa stava per prendere.

dragon-ball-z-goku-and-vegeta-fusion-super-saiyan-3-i0Infatti da Dragon Ball Z la vita di Goku cambiava drasticamente: venivano a galla risvolti ancor più fantasiosi, che già all’epoca sfidavano la nostra razionalità perché troppo repentini e poco coerenti con le 152 puntate precedenti, ma di fronte al cambiamento più grande ci importava davvero poco. Dopotutto, a chi interesserebbe una trama coerente davanti a mazzate tanto epiche? In Dragon Ball Z scompaiono del tutto le avventure del piccolo Goku, e quello stesso protagonista cresce, si fa una famiglia, diventa più maturo e viene sempre più chiamato in causa nei momenti in cui si tratta realmente di difendere la terra. L’obiettivo si sposta dagli interessi personali del protagonista per raggiungere quello che adesso viene riconosciuto nel battle come l’obiettivo classico per una storia del genere: la difesa del mondo. E per farlo si ricorreva ad un numero di power up sempre maggiore, che rendeva il seguire quel coacervo di mazzate ancora più coinvolgente da seguire; non nego che, pur avendo avuto circa 7 anni, ricordo a menadito la prima volta in cui, in tv, apparve il Super Saiyan: uno dei momenti della mia infanzia che più mi fanno commuovere adesso, a ripensare all’entusiasmo con cui accolsi quell’upgrade.
A quei tempi, e si parla dei primi anni 2000, la cosa appariva interessante perché effettivamente lo era: malgrado in giappone l’opera fosse già terminata da tempo e avesse già generato la rivoluzione del genere battle, qui il mercato manga aveva ancora una diffusione ristretta e non erano poi tantissimi a conoscere l’opera più famosa di Toriyama; per questo quel Dragon Ball Z colpì nel segno, presentando una tipologia di prodotto giapponese che qui non conoscevamo, abituati a storie più classiche come Ken il Guerriero.
Era qualcosa a cui non eravamo abituati, e che letteralmente si è dimostrato l’apripista ideale per un’annata di animazione giapponese che penso in tanti ricorderanno con affetto.

8b7399ecf28a6aac8bccdbe31422a0e5Ma, dopo tutto questo discorso, ha senso, nel 2016, Dragon Ball Super? Ha realmente senso ricercare lo stesso tipo di opera, ormai riciclato all’inverosimile da innumerevoli altri manga ed anime, nel momento in cui bisognerebbe cambiare?
Ormai è quasi un anno che questa sorta di sequel va in onda sulle reti giapponesi, e tante ne sono state dette: che ha pessime animazioni, che è brutto perché riassume i film, che è peggio della serie originale… e allora perché è comunque visto e commentato da una tale massa di persone?
E’ facile dare la colpa all’effetto nostalgia, che comunque ha un ruolo ben preciso nella vicenda, ma c’è anche da dire che non basta a giustificare tanto seguito; è un problema di mentalità.
Siamo in tempi d’oro per l’animazione nipponica, visto l’alto numero di produzioni di stagioni televisive e le importanti prese di posizione che anno dopo anni gli addetti ai lavori stanno dimostrando di voler intraprendere; eppure studi come Toei sanno di poter contare su reboot di vecchie serie per accaparrarsi sponsor e guadagni facili, malgrado tali serie, al giorno d’oggi, siano completamente anacronistiche. Il tipo di battle shonen che Dragon Ball ha lanciato è stato ampiamente decostruito e superato da storie ben più fresche ed adatte ai tempi che corrono, che pur aderendo al genere hanno preso i topos classici e li hanno stravolti, o in rari casi addirittura sfruttati, per raccontare tutt’altro.
Persino Shonen Jump, ultimo baluardo del battle classico, negli anni è arrivata a pubblicare varianti del genere, che in casi particolari (vedi ad esempio Shokugeki no Soma) hanno anche raggiunto un ottimo successo.

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E allora perché tante persone rimangono attaccate al mito di Dragon Ball? Semplice: non sono pronte, o non vogliono, accettare il cambiamento. In tanti casi, anzi, non hanno alcun interesse a verificare quanto sia cambiato dopo più di trent’anni e pur apprezzando opere che scherniscono visibilmente il genere, come One Punch Man, non si rendono conto di quanto l’animazione giapponese abbia da offrire loro, oltre alle mazzate e alle tette.
E sarebbe utopico sperare che il cambiamento che registi ed animatori stanno mettendo in moto coinvolga anche gli spettatori, perché la cultura degli anime non è così radicata quanto crediamo neanche nella madrepatria. Tutti i giorni, da anni, nelle varie community ci sono persone che si dicono schifate da altri che affermano l’infantilità delle produzioni animate, o si indignano quando ad “anime” viene affiancato “cartone animato“, dimostrando quanto la percezione generale di questo tipo di media sia ancora a livelli infimi persino tra gli appassionati; se noi siamo i primi ad essere incapaci di vedere l’animazione come un unicum e di apprezzare quando esce dai suoi canoni per raccontare storie più mature anche con linguaggi più elaborati, come possiamo pretendere che chi è totalmente ignorante in materia apprezzi quel che amiamo o – in tanti casi – diciamo di amare?

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Dragon Ball Super dal mio punto di vista è la perfetta dimostrazione di quanto il fandom sia indietro rispetto al messaggio che alcune serie animate di questi ultimi anni volevano veicolare: non abbiamo bisogno di battle shonen vecchi di trent’anni eppure li richiediamo a gran voce, proponendo addirittura petizioni per una trasmissione sulle reti italiane che, temo, un giorno potrebbe divenire realtà.
Ed è così che dietro a One Punch Man non viene percepito il grido di animatori sfruttati e sottopagati che vogliono essere riconosciuti per il lavoro che fanno, ma una parodia tutta da ridere in cui un protagonista buffo e pelato uccide i nemici con un pugno.

Italo Scanniello

Appassionato lettore sin da bambino, fruitore versatile di fumetto, animazione e letteratura.

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