«La libertà d’espressione deve essere assoluta», intervista con Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini

Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini sono stati per 11 anni organizzatori di Komikazen, il primo festival italiano dedicato al fumetto di realtà. Una manifestazione capace di dare spazio al fumetto d’autore e al graphic journalism, di ospitare autori di livello internazionale come Khalid Albaih, Ted Rall, Zeina Abirached, il “nostro” Gipi e molti altri. Due mesi fa è stata annunciata la chiusura del festival, lasciando così un vuoto difficile da colmare nel panorama italiano.

Noi di C4 abbiamo deciso di scambiare qualche parola con i due fondatori del festival per sentire la loro opinione riguardo al fumetto di realtà, al graphic journalism e all’attuale rapporto del fumetto con il mondo islamico. Ringraziandoli per la gentilezza mostrata nel concederci quest’intervista, vi lasciamo con il testo integrale.

costantini Stamboulis

C4: Buongiorno Elettra, buongiorno Gianluca, benvenuti su C4 Comic! Era un sacco che volevamo dedicarci con più attenzione a Komikazen ed eccoci finalmente qua. Chi sono Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini?
Eletra Stamboulis, Gianluca Costantini: Siamo due persone distinte, notevolmente, che dividono la stessa casa e molti progetti. Ma io (Elettra) sono buona, Gianluca è cattivo… Ehm, non è proprio così… Comunque Gianluca è principalmente un disegnatore e attivista, io sono una curatrice e sceneggiatrice di fumetto. Siamo complementari.

C4: L’avrete dovuto già raccontare un sacco di volte, ma nessuno può introdurre i nostri lettori a quest’intervista meglio di voi stessi. Che cos’è Mirada e come è nata l’idea di Komikazen nel 2005?
E.S, G.C.: Mirada è un’associazione che esiste dal 1997 e si occupa di allestimenti, esposizioni, anche di tipo storico, e che negli anni si è concentrata però sostanzialmente sul contemporaneo. E’ fatta di molte professionalità e anime e vive tra Ravenna e Bologna.
Komikazen invece è un festival che è nato a seguito delle fortunate mostre e workshop fatte con Joe Sacco (2002), Marjane Satrapi (2003) e gli autori dell’ex Yugoslavia. Avevamo capito che c’era un nuovo fumetto e soprattutto un nuovo pubblico. Tanto per dire, quando invitammo Satrapi nel 2003 il mondo del fumetto non venne a quella mostra, e molti ci dissero che era “perché non disegnava bene”. Ma in compenso ci fu un pubblico incredibile e di quella mostra ne parlarono nello stesso giorno tutti i quotidiani nazionali.

persepolis

C4: Dal momento che la mia curiosità chiede a gran voce di lasciarle spazio, iniziamo a scendere un po’ più nello specifico. Parliamo di fumetto di realtà, espressione coniata proprio da voi. Qual è la vostra definizione di questo termine e quanto si avvicina a quella che gli anglofoni chiamano literary nonfiction?
E.S, G.C.: Fumetto di realtà è coniato sulla falsa riga di letteratura di realtà, un genere che non esula dalla fiction, anzi se ne nutre, ma parla di cose reali. Non è però realismo, che implica una scelta stilistica che invece spesso è omessa nelle opere di fumetto di realtà. In questo senso è diversa dalla nonfiction perché esiste fiction che è realtà. A dire il vero in questo momento credo che la forma più vicina a quello che intendiamo sia il NIE come lo ha definito Wu Ming 1, New Italian Epic, per l’Italia. Comunque le etichette sono sempre coperte corte. Forse la definizione più precisa l’ha data Eddie Campbell quando è stato a Komikazen nel 2014: tutto il fumetto in cui non c’è qualcuno in calzamaglia…

COVER-KOBANE-CALLINGC4: Mentre nelle intenzioni di Joe Sacco e Ted Rall c’è proprio la volontà di fare un lavoro giornalistico, Guy Delisle dice espressamente di non essere un giornalista. Neppure Zerocalcare si definisce tale: Kobane Calling racconta sì la sua esperienza sul confine turco-siriano, ma il motivo per cui Michele va a Kobane è quello di aiutare la staffetta romana e il popolo curdo. I lavori di Satrapi e Abirached, poi, sono addirittura autobiografie. Insomma, a livello prettamente terminologico, è davvero così difficile tracciare un confine tra fumetto di realtà e graphic journalism?
E.S, G.C.: Se vogliamo essere filologici Joe Sacco e Ted fanno Comics Journalism, che il Graphic è quello che chiamiamo noi infografica. Sicuramente per me Satrapi e Zeina fanno biopic, non certo giornalismo a fumetti. Michele dice di non essere giornalista, ed è vero, il centro del suo lavoro è creare empatia, non dire la verità. Ma indirettamente ci riesce: forse è un nuovo epilogo del New Journalism americano. Sicuramente però di giornalismo a fumetti non ce n’è tanto. Noi abbiamo progettato Graphic News proprio per dargli uno spazio riconoscibile. Pensa poi che in Italia accade anche il contrario: il Corriere della Sera su La Lettura chiama le due pagine a fumetti Graphic Novel…

samirC4: In Italia la conoscenza del fumetto mediorientale è molto limitata, come del resto lo è quella di tutta la cultura islamica. Se è vero che la soluzione dell’attuale scontro di culture passa attraverso l’integrazione e la conoscenza di quello che da molti viene concepito come “altro” rispetto all’occidente secolarizzato, quale ritenete possa essere il ruolo del fumetto nell’avvicinare gli europei a scoprire una cultura con la quale si dovranno con ogni probabilità abituare a convivere?
E.S, G.C.: Non lo si può certo fare soltanto attraverso un fumetto. Bisogna essere consapevoli dei propri limiti. Anche se il fumetto è uno strumento che avendo il disegno come medium sostanziale fa cadere molte barriere. Il disegno è primario, primordiale, pregrafismo. Prima di scrivere disegniamo. Prima di inventare la scrittura l’uomo disegna. Inoltre racconta storie, e questo aumenta la vicinanza, la possibilità di capire e conoscersi. Satrapi ha più volte detto che lei ha fatto un’operazione di biografismo, cioè il suo obiettivo non era raccontare la propria vita, ma raccontarne dei pezzi, anche romanzati, per far capire che gli iraniani non vivono su un altro pianeta, non hanno sempre portato il velo e avuto i mullah al potere. Il problema vero è che l’ignoranza del mondo cosiddetto occidentale si scontra con invece la profonda conoscenza del mondo islamico della nostra cultura. Loro ci conoscono, leggono i nostri giornali e libri. Noi no. Questa asimmetria è quella che va affrontata.

C4: La storia del fumetto arabo si sviluppa principalmente tra Egitto, Libano e Tunisia, con l’Algeria che rappresenta un caso sui generis vista la produzione principalmente in lingua francese. Quali sono attualmente le condizioni negli altri paesi mediorientali?
E.S, G.C.: In Nord Africa ci sono molte nuove realtà, che hanno acquisito nuova autorevolezza dopo le rivoluzioni. Ma allo stesso tempo sono state le prime a subire censura e autocensura. La situazione è difficilissima. Il Medio Oriente è in guerra e quindi ovviamente tutto o quasi è fermo. Anche Samandal è attivo, ma di fatto i suoi componenti vivono quasi tutti in Europa. Persino in Turchia c’è una situazione molto problematica.

gramsciC4: Internazionale, così come molte case editrici quali BeccoGiallo, Rizzoli e Bao, stanno aiutando concretamente il fumetto ad affermarsi come medium adatto a raccontare qualunque tipo di tematica. Quanto è ancora lunga questa strada?
E.S, G.C.: La cosa divertente del fumetto è che facile essere i primi: ad esempio quando abbiamo fatto Gramsci, non esisteva nessuna biografia a fumetti di un pensatore politico italiano. Questa cosa è entusiasmante, no? Credo che l’idea che qualsiasi cosa possa essere narrata è ormai negli occhi di tutti gli operatori, certo la cosa difficile è farlo bene.

C4: Negli anni avete potuto conoscere autori-simbolo dei propri paesi come Zeina Abirached, Khalid Albaih, Magdy El Shafee. Qual è lo spirito che muove queste persone, capaci di portare le proprie storie sotto gli occhi di tutto il mondo?
E.S, G.C.: Credono nel valore salvifico dell’arte. Credono nell’incontro. Credono che sia importante fare cose belle. Questo li lega tutti.

charliehebdo2-670x889C4: La vicenda di Charlie Hebdo ha scosso tutto il mondo: la violenza non è mai giustificabile e la libertà di stampa è uno dei valori fondanti dell’occidente e delle democrazia. Alla luce della situazione attuale, ritenete che le vignette di satira nei confronti dell’Islam siano fondamentali nel difendere questi principi o che contribuiscano invece a gettare benzina sul fuoco, esacerbando un clima già incandescente?
E.S, G.C.: Pensiamo (in questo tutti e due) che la libertà di espressione debba essere assoluta. Poi io posso comprare o meno la tua rivista, ti posso criticare per quello che esprimi, posso dire che sei un verme fascista… Ma tu devi essere libero. Non tutti la pensiamo allo stesso modo, per esempio Khalid (Albaih, ndr) ha un’altra idea, ma per noi questo è un principio inviolabile.

Ringraziandovi per la vostra disponibilità, chiudiamo con una piccola curiosità riguardo al futuro di Komikazen. Che cosa succederà adesso?
E.S, G.C.: Komikazen a Ravenna non ci sarà più, l’ultima edizione è stata quella del 2015. Problemi con l’amministrazione comunale non ci hanno permesso di continuare il progetto. Ci sarà però una bella edizione off a Rimini in maggio nell’ambito della Biennale del Disegno, forse un pezzo di progetto a Palermo… Vediamo…

Nicholas Venè

Leggo, scrivo, gioco, guardo, commento. Osservo e prendo appunti, provando a fare cose.

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