Perché One-Punch Man è importante per l’animazione?

onepunchmanLa versione animata di One-Punch Man ha sicuramente portato grande scompiglio nel panorama dell’animazione giapponese, visto l’immenso successo che Saitama e soci hanno riscosso in tutto il mondo. Per quanto ci si aspettasse già una tale risonanza visto il grande pubblico che ONE e Murata avevano attirato già con la versione a fumetti, bisogna dire che il lavoro svolto da Madhouse è encomiabile: operando solo dei piccoli tagli a livello di trama, Shingo Natsume, regista della serie, ha saputo costruire un perfetto mix di comicità e momenti seri, mostrando come effettivamente la sceneggiatura non si riduca ad un insieme di battute e situazioni comiche, ma possa offrire molto di più specialmente a lungo andare; l’aspetto più notevole dell’adattamento però sono sicuramente le animazioni, realizzate da un team incredibile con a capo Chikashi Kubota (ma ne parleremo dopo).
In tanti si sono espressi sul fatto che OPM possa risultare noioso per la sua struttura, o non tanto diverso dal resto dei battle shonen (anche se di fatto non è proprio uno shonen), ma in pochi si sono resi davvero conto di quanto l’apporto di questa serie sia importante in questo momento storico.

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Per quanto in molti lamentino un calo qualitativo rispetto agli anni precedenti, bisogna capire che l’industria dell’animazione giapponese è nel suo momento migliore, nella sua golden age: ogni stagione anime è composta ormai da una cinquantina di produzioni animate e gli studi sono quasi sempre indaffarati a causa di tabelle di marcia davvero proibitive, scarsi budget e, per quanto riguarda gli animatori, uno stipendio da fame.
Le difficoltà però non mettono da parte la constatazione che stiamo vivendo il momento più positivo dell’animazione giapponese in termini produttivi, e quindi anche un momento in cui gli stessi addetti ai lavori iniziano a sentire il bisogno di qualcosa di diverso dai soliti adattamenti di light novel e manga di quarta categoria.
Madhouse, di per sé, è arrivata a produrre One-Punch Man con un budget davvero basso, com’è consuetudine per la maggior parte dei manga mainstream, specialmente quando editi da Shueisha; e allora com’è possibile che le animazioni siano di qualità tanto pregevole?
Facendo un po’ quella che in linguaggio tecnico viene definita “furbata“, i produttori dello studio già noto per aver realizzato l’anime di Death Note hanno composto uno staff fatto prevalentemente di quei dipendenti dello Studio Bones che avevano lavorato alla serie sperimentale di Shinichiro Watanabe (Cowboy Bebop, Samurai Champloo) Space Dandy (come Yoshimichi Kameda, Yutaka Nakamura o l’austriaco Bahi JD), assieme anche a ospiti speciali come Se Jun Kim (animatore ex-Sunrise, degno di nota il suo lavoro su Gundam Build Fighters) e Sushio (chara designer di Kill La Kill e importante animatore Trigger).
Capitanati dai già citati Natsume e Kubota (anche loro di provenienza Space Dandy), questi animatori hanno lavorato in perfetta sintonia, mostrando che una diversa animazione è possibile. Riducendo il lavoro dei key animator (e chiaramente abbassandogli il salario) e impiegando diversi giovani in scene minori, lo staff di Wanpanman è riuscito a creare delle animazioni solidissime grazie al tempo maggiore che ogni animatore aveva per preparare i propri cut, dimostrando una pluralità di stili mai applicata prima in una produzione tanto mainstream. Instaurando con i propri “sottoposti” un rapporto di collaborazione sempre più raro da vedere nell’industria dell’animazione, Natsume e Kubota hanno dimostrato che si può puntare a qualcosa di diverso con una semplicità davvero disarmante, e malgrado sia passato poco tempo i primi effetti iniziano già a venir fuori.

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Prendiamo ad esempio Erased, una delle serie di cui più si è discusso nei primi mesi del 2016.
Malgrado diversi difetti a livello di sceneggiatura che minano la validità del mistero che aleggia nella storia, Tomohiko Ito ha applicato al manga originale la lezione di Natsume, realizzando di fatto la sua versione della storia, che pur ereditando tutti i difetti del materiale di partenza delinea un quadro ben definito del protagonista, accompagnando un racconto di formazione praticamente impeccabile con una regia pensata ad hoc.
Malgrado si tratti di un altro aspetto tecnico, si può dire tranquillamente che Ito, arrivato alla direzione di questa serie dopo essersi imposto con SAO e Silver Spoon come uno dei registi di punta di A-1 Pictures (studio che di per sé ha pochi dipendenti fissi), abbia voluto ricalcare il lavoro dello staff di One-Punch sotto un diverso punto di vista, introducendo in uno studio decisamente poco creativo una regia molto particolare, caratterizzata da un taglio fortemente cinematografico.

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E se qui parliamo di un singolo, è decisamente gratificante constatare come i primi effetti di One-Punch inizino a sentirsi su tutta l’industria: se negli anni precedenti siamo stati abituati a vedere serie perlopiù mediocri, tra cui spiccavano giusto due o tre titoli per stagione, il 2016 è iniziato sicuramente meglio, con una stagione primaverile ricca di show decisamente divertenti e realizzati in alcuni casi con particolare cura.
Si potrebbero citare Boku no Hero Academia, Bungou Stray Dogs, Kiznaiver, tutti prodotti decisamente soddisfacenti a livello visivo, ma trovo più simpatico chiudere il discorso con una serie slice of life, Sansha Sanyou, che malgrado il solito gruppetto di ragazze con seri problemi mentali a far da protagonista si sta dimostrando uno show divertente ma sopratutto animato molto bene da uno staff composto perlopiù di animatori giovani e poco conosciuti, che hanno giocato con le varie tecniche dell’animazione utilizzando spesso il character acting (il rappresentare le movenze dei personaggi con grande realismo) o la smear animation (movimenti molto veloci rappresentati di fatto come se le linee si sformassero per la troppa velocità) con un certo animo pop.
Insomma, OPM non è importante solo per la sua capacità di ribaltare le regole del battle in un periodo storico in cui l’attenzione per questo genere è ancora molto alta, ma anche perché effettivamente è uno dei primi esempi di animazione alternativa in un contesto diverso, un prodotto che pur avendo casa nel mainstream continua a portare avanti una lezione ereditata dalla nicchia, un po’ come fece Neon Genesis Evangelion nel ’95 ma in scala leggermente minore.

Italo Scanniello

Appassionato lettore sin da bambino, fruitore versatile di fumetto, animazione e letteratura.

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