Vi presento Dylan Dog

Giuda ballerino

Dylan Dog, l’Indagatore dell’incubo

1368091866136Dylan Dog è l’incarnazione dello status symbol degli anni novanta; osannato o criticato, amato e detestato, studiato, copiato, analizzato, autentico fenomeno editoriale, travolto da ondate generazionali ma sempre capace di trovare la rotta fino ad ergersi a nell’immaginario collettivo come personaggio icona per un pubblico vasto ed eterogeneo. Le storie spesso avvincenti mostrano, con un ritmo mozzafiato, la natura dei mostri, sempre più spesso nascosti nella mente che nei fatti; non manca certo l’ironia a spezzare la tensione e quel briciolo di sensualità che non guasta, se a questo mix di successo si aggiunge un team di bravi disegnatori e la sapienza di chi fa un mestiere il raccontare storie ecco che il piatto è servito.

tumblr_meift1xfqx1rnhr86o1_1280Negli anni ’80 è successo qualcosa che ancora oggi non siamo riusciti a spiegare con chiarezza, quegli anni li abbiamo vissuti senza troppo pensare a dove ci avrebbero portato certe scelte. Le analisi, gli schemi, le applicazioni sociali, gli studi approfonditi hanno iniziato molto dopo il loro compito di vivisezione del tessuto umano, così in quel periodo di forte decadenza abbiamo assistito alla nascita di un’intensa sperimentazione in molti ambiti, la moda ad esempio, ma anche il cinema, la TV, il costume, il modo di parlare, la musica e naturalmente il fumetto. Proprio sulla scorta di questa montagna di informazioni scaturisce dalla fantasia di Tiziano Sclavi, uno dei personaggi icona di ogni tempo moderno: Dylan Dog, era il lontano 1986. Inizialmente il suo spirito è fortemente influenzato da un registro spiccatamente cinematografico, le storie infatti ricalcano per grandi tratti filoni o interi passaggi di pellicole riconoscibili, si guarda fin da subito al panorama internazionale con gli zombi alla Romero (n° 1 L’alba dei morti viventi ottobre 1986), senza trascurare ad esempio il cinema di casa nostra sul modello di Dario Argento (n° 13 Vivono tra noi ottobre 1987). Vengono ben presto sdoganati tutti i capisaldi della letteratura horror di ogni tempo, vampiri, licantropi, fantasmi, non morti, mostri in generale. Questo atteggiamento non susciterà molto entusiasmo agli albori dell’avventura editoriale, ma il successivo coraggio, unito a una dose di idee vincenti e a una crescente credibilità, conquisterà il pubblico di una generazione entusiasta che ancora oggi è molto affezionato. Il Dylan Dog nazionale ci impiega davvero poco a proclamarsi fenomeno di interesse letterario, lo stesso Umberto Eco ha parole di elogio per l’indagatore dell’incubo, i ragazzi si misurano attraverso le letture degli albi, calandosi nella realtà immaginaria di un antieroe paladino degli emarginati e dei più deboli, amato dalle donne e misantropo quanto basta per costruirsi un habitat pefetto. Ricordo che alle fiere di molti anni fa era proprio Dylan il più imitato dai più audaci cosplayer di casa nostra, termine che allora non aveva davvero alcun senso. Il successo crescente si misurava con un rialzo vertiginoso mese dopo mese di consensi, le stesse copertine per un periodo riportavano i dati di vendita (n° 45 Goblin febbraio 1995) e anche le riviste non propriamente di fumetto si interessavano al dilagante successo (copertina di Max febbraio 1993).

dylan-dog-caccia-alle-stSi è detto molto sui probabili canoni che hanno consegnato Dylan Dog agli onori dell’immortalità, ma solo leggendo la produzione oramai trentennale, merito di una tenacia firmata Sergio Bonelli, si è in grado di carpire molte delle sfumature che condizionano questo trionfo. Le sembianze fisionomiche sono ispirate ad un allora semi sconosciuto Rupert Everett, attore anglosassone, e il nome non è altro che un omaggio al poeta Dylan Thomas, ma naturalmente c’è molto di più. Il look ad esempio, fonte di accese discussioni, è oggetto di scherno pure per gli stessi personaggi che come Bloch ironizzano sul guardaroba del nostro Old Boy. A funzionare però non è soltanto un personaggio, ma piuttosto un intero universo creato ad arte, un acquario di pesci coloratissimi e vivaci, attraverso i quali tutto pare essere falsamente autentico. Dylan Dog appartiene a quei protagonisti che abitano luoghi reali, Londra in questo caso, Craven road per la precisione. È un ex alcolista, allontanato da Scotland Yard e divenuto così indagatore privato, spesso evidenziato dai giornali per la sua poco chiara attività e trattato come un puro e semplice ciarlatano. Sistematicamente fuori dagli schemi, vive col tormento dei conti mensili e dei soldi che non bastano mai né per l’affitto né tantomeno per onorare lo stipendio dell’inseparabile aiutante Groucho. Quest’ultimo non solo “ruba” il nome ad uno dei fratelli Marx, ma ne prende in prestito pure le fattezze e le stranezze, alleggerendo con una vena di non sense le vicende spesso intrise di note forti o di temi scomodi. Impossibile non ricordare l’eterno amico, l’ispettore Bloch, rigoroso omaccione a metà strada tra il rigido poliziotto della capitale e un più morbido compagno di sventure metafisiche e oniriche.

Dylan Dog roll upI personaggi che nella serie ricorrono non sono poi moltissimi, ma tutti fortemente caratterizzati e con un ruolo molto preciso e definito, a questo proposito come non ricordare Morgana, Xabaras, Lord Wells, Madame Trelkovski, Johnny Freak e Safarà. Dylan Dog però non è costruito solo su un teatro di comprimari, ma ha uno spazio fatto di elementi, luoghi ed espressioni definite, una collezione di abitudini quasi maniacali, che ne delineano i contorni come se fosse fin dal principio un amico già conosciuto. Il suo modo di sedere è particolare, così come la posa delle mani mentre ascolta i clienti in studio; diventa una sfida infinita il tentativo di costruire il solito vascello, distrutto e iniziato un numero sconsiderato di volte. L’incapacità di suonare con padronanza il clarinetto, la testardaggine a voler aggiustare insistentemente il suo Maggiolino Wolkwagen (ovviamente targato DYD 666), l’inesperienza proverbiale nelle relazioni sentimentali, la sua accesa ingenuità nel fidarsi di chiunque e quella parte del suo carattere che lo pone sempre dal lato dei più deboli, dei reietti, degli abbandonati, degli animali, dei diversi, degli alienati, dei vecchi, degli sfruttati, degli indifesi, degli invisibili, dei vinti. Proprio questo suo trasformarsi in un personaggio reale lo ha spesso messo al centro di messaggi non troppo velati, ma piuttosto chiari e marcatamente schierati; negli anni ’90 fu al centro di una campagna contro la tossicodipendenza e in altre occasioni si è fatto testimonial contro l’abbandono degli animali durante il periodo estivo. Oggi dopo oltre trent’anni ci ritroviamo un numero spropositato di storie, interpretazioni, rivisitazioni, di periodi floridi e passaggi scialbi che però ci riconsegnano un icona a suo modo ancora attuale. Nuove strategie comunicative e nuovi linguaggi espressivi hanno imposto delle correzioni, degli aggiustamenti, che sono ancora in corso d’opera e che suscitano ogni mese un mare di discussioni mai unidirezionali. A capo di questa moderna crociata si è posto Roberto Recchioni, fulgida mente fresca dell’orizzonte editoriale, capace di riportare mediaticamente al centro dell’attenzione il personaggio, sottoponendolo ad un restyling complesso, mirato, decisamente articolato. Così non solo il rilancio passa attraverso operazioni di stampa, ma piuttosto va a smorzare certe spigolature troppo accentuate e ormai figlie di una filosofia desueta e troppo anacronistica. Dylan Dog, suo malgrado, adesso ha un cellulare, un tablet, inizia ad avere dimestichezza col mondo che nel frattempo si è trasformato e col tempo che passa e che alla fine ha accompagnato l’ispettore Bloch verso la tanto sospirata pensione.

Dylan Dog #1 - L'alba dei morti viventiQuesta lunghissima storia, composta di un mosaico di racconti quasi impossibile da ricostruire nella sua integrità, può vantare un novero enorme di interpreti e di titoli che anche il lettore più distratto non riuscirà troppo facilmente a dimenticare. È un compito arduo selezionare i più eminenti disegnatori e sceneggiatori di questa incredibile cavalcata, eppure è un lavoro necessario di riconoscimento all’impegno e alla dedizione. Claudio Villa, per esempio, autore delle prime 41 copertine, offre una suggestione schietta e autentica del personaggio per poi passare definitivamente il testimone al più graffiante Angelo Stano, disegnatore di moltissime storie e soprattutto della prima in assoluto. Davvero difficilissimo non sollevare altri nomi decisamente fondamentali per questa testata: Montanari & Grassani, Corrado Roi, Giampiero Casertano, Luigi Piccatto, Carlo Ambrosini, Ferdinando Tacconi, Bruno Brindisi, Giovanni Freghieri. Inutile aggiungere che con un calibro di interpreti così era impossibile non lasciare delle stracce indelebili che per moltissimi rappresentano letture di culto e di riferimento, titoli che con la loro cadenza mensile hanno funzionato da segnalibro fermatempo nei ricordi e che ancora adesso a distanza di molti anni sono fissati nella memoria come pietre preziose incastonate. Così storie relegate nella periodicità editoriale sono esplose come bordate nel cuore degli appassionati fissandosi ad imperitura memoria nella categoria delle letture più emozionanti. Tra questi passaggi fondamentali vanno senza ombra di dubbio ricordati questi titoli: n°8 “Il ritorno del mostro” maggio 1987, n°10 “Attraverso lo specchio” luglio 1987, n°25 “Morgana” ottobre 1988, n°55 “La mummia” aprile 1991, n°74 “Il lungo addio” novembre 1992, n°81 “Johnny Freak” , n°200 “Il numero duecento”.

Riccardo Lucchesi

Tutto ha avuto inizio un giorno del 1988; ho comprato il numero 18 di Dylan Dog, Cagliostro! e non ho più smesso. Dylan ancora si trascina stanca, ma nel frattempo mi sono lasciato prendere la mano e ho invaso casa/e, non solo di fumetti ma ci ho messo un po' di sogni, di ricordi, di momenti, insomma ho misurato la mia vita tra pubblicazioni settimanali e mensili. E ora sono qua a scriverne per ricordarmi che ho fatto semplicemente la cosa giusta

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