[Esclusiva] C4 Chiacchiere con… Francesco Barilli & Roberta Sakka Sacchi

Goodbye Marilyn evoluzione cover

Nel settembre 2016 è approdato in libreria Goodbye Marilyn, Becco Giallo Editore. Il libro ci ha molto affascinato (qui trovate la nostra recensione) e, per saperne di più, abbiamo deciso di rivolgere alcune domande agli autori, lo sceneggiatore Francesco Barilli e la disegnatrice Roberta Sacchi (in arte Sakka). Ecco che cos’è emerso.

Francesco BarilliFrancesco Barilli, classe 1965, è scrittore e mediattivista. Collabora da tempo con Becco Giallo: ha curato gli apparati redazionali di Ilaria Alpi, il prezzo della verità (2007), Dossier Genova G8 (2008), Il delitto Pasolini (2008), Peppino Impastato, un giullare contro la mafia (2009). Ha contribuito al libro Fausto e Iaio. Trent’anni dopo (Costa & Nolan, 2008). Ha scritto con Sergio Sinigaglia La piuma e la montagna (Manifestolibri, 2008), con Checchino Antonini e Dario Rossi Scuola Diaz: vergogna di Stato (Edizioni Alegre, 2009). Con Manuel De Carli è autore di Carlo Giuliani, il ribelle di Genova (Becco Giallo, 2011 – pubblicato in Francia per Les Enfants Rouges col titolo Bella ciao. G8, Gênes 2001). Con Matteo Fenoglio è autore di Piazza Fontana (Becco Giallo, 2009), Piazza della Loggia volume 1 – Non è di maggio (Becco Giallo, 2012) e Piazza della Loggia volume 2 – In nome del popolo italiano (Becco Giallo, 2014).

Roberta SacchiRoberta Sacchi è nata nel 1988 a Cremona. Ha pubblicato con il Centro Fumetto Andrea Pazienza l’antologia a fumetti Il sogno del minotauro (2012), il graphic novel Eläin (2013) e Il libro nuovo – Come la dama e la tigre risalirono l’ignoto (2015). Ha partecipato ad altre edizioni collettive tra cui Bandierine – La storia della Resistenza a fumetti (Barta Edizioni, 2015), Tales from Baule (Licaoni, 2014) e Dal Risorgimento alla Resistenza (Lucca Comics e Regione Toscana, 2012). Oltre che disegnatrice è anche insegnante dei corsi di fumetto che si tengono presso il Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona.

C4 Comic: Francesco, la prima domanda è per te. Con Goodbye Marilyn hai scelto di raccontare la vita della donna che è forse il prototipo dell’individuo fragile vittima dagli ingranaggi di un sistema spietato. Eppure il libro non è (e non vuole essere) una biografia. Nella postfazione, racconti che è stata la sorpresa di vedere tua figlia affascinata da Marilyn a darti l’idea di scrivere su di lei. Alla luce di tutto ciò, quali sono, a tuo parere, le motivazioni che fanno sopravvivere il mito di Marilyn? Come è cambiato il tuo rapporto con questo mito prima, durante e dopo la stesura di Goodbye Marilyn?
Goodbye Marilyn - Diventare un mito...Francesco Barilli: Le motivazioni che fanno sopravvivere il mito sono complesse. Come donna, Marilyn ha avuto sicuramente un’esistenza sfortunata, ma come attrice ha avuto alcune “fortune” (tra mille virgolette, perché appare paradossale parlare di fortuna per una donna come lei…). La bellezza, certo, ma quella mi sembra perfino secondaria. Più che altro stiamo parlando di un periodo in cui la gente, dopo l’orrore della guerra, aveva voglia di tornare a sognare e poteva farlo, come accenno nel fumetto, “nel grandioso formato del Cinemascope e in Technicolor!”. Parlo di anni in cui uscivano molte meno pellicole, rispetto ad oggi, e quindi l’offerta di prodotti cinematografici o in genere dello spettacolo – per usare una terminologia orribilmente cinica – era quantitativamente inferiore e meno dispersiva, favorendo quindi la creazione di miti.
Marilyn, insomma, aveva meno concorrenza, sempre continuando a essere molto – forse troppo – pragmatici. Ma questo non rende giustizia alla sua effettiva unicità. Guardare i suoi film oggi con un certo distacco aiuta a comprendere meglio il suo successo. Alcune pellicole possono sembrare datate e la recitazione di molti attori appare legnosa, per la nostra sensibilità attuale: per interpretare i ruoli di Marilyn, invece, ci vorrebbe semplicemente un’altra Marilyn. Che non esiste… Questo spiega anche perché la Monroe sia stata negli anni costantemente imitata, ma ogni sua imitazione appare grottesca e poco credibile: è uno di quei casi in cui la matrice originale resta unica. Poi, chiaro, la morte misteriosa e in giovane età, gli amori tormentati – quelli ufficiali come quelli “clandestini” – la biografia burrascosa che sembra un kolossal hollywoodiano… sono tutti elementi che hanno alimentato il mito post mortem.
Insomma, è la persona-Marilyn a restare stritolata dagli ingranaggi dello star system (nonché dalle sue fragilità congenite, certo). Come correttamente dici tu, il mito invece le sopravvive, è attuale ancora oggi e continua a “fare cassa”…
Proprio per questo a me, ti dirò, più che il mito interessava raccontare (parafrasando il fumetto) “la donna desiderata da tutti, amata da pochi, compresa da nessuno… E che forse lei stessa aveva smarrito, ricoprendola con la buccia del mito”. Anche per questo ho immaginato una Marilyn viva e novantenne: come giudicherebbe lei stessa, oggi, il proprio passato, dotata di quel pizzico di saggezza e distacco che l’età può regalare?

C4C: Roberta, la sceneggiatura presenta una notevole varietà di ambienti sia interni che esterni: Marilyn si muove lungo vie di città senza nome, trascorre lunghe serata in sfarzose sale da concerto, viene ritratta sulle spiagge assolate della California. Quanto i luoghi reali ti hanno ispirato/condizionato nella definizione del luogo narrativo? Qual è la motivazione che sta alla base della scelta di un tratto essenziale che spinge il lettore ad immaginare?
Roberta Sacchi: La decisione su come realizzare le vignette è frutto di un percorso fatto anche di dubbi. Marilyn è un personaggio che prima di questa occasione non avrei immaginato di raccontare. Quindi la prima cosa che ho dovuto fare è conoscerla.
Goodbye Marilyn tavola spiaggiaHo studiato gli aspetti che compongono il mosaico complesso della personalità di Marilyn, grazie alla guida di Francesco. Come la maggior parte delle persone la mia conoscenza si limitava semplicemente a ciò che i media hanno deciso di raccontare allora come adesso di questa icona senza tempo.
La storia che noi raccontiamo però vuole svelare una Marilyn umana e raggiungibile, e infatti era necessario andare oltre. Francesco ha scelto di raccontare dei momenti reali della biografia di Marilyn, ma ben selezionati e concentrandosi su punti di vista alternativi. La documentazione fatta di fotografie e video è stata una buona base di partenza, ma andava riletta con un occhio diverso per poter carpire un valore diverso e più profondo anche nelle immagini che rappresentavano bellezza e sensualità.
Per semplice gusto o sensibilità personale, non sono un’amante del ritratto realistico, né della rappresentazione iperdescrittiva degli ambienti. Sia per quanto riguarda l’aspetto di Marilyn che per le ambientazioni, ho cercato di metabolizzare le informazioni, per poi filtrare gli aspetti che più mi affascinavano. Quindi ho puntato sull’espressività, sui gesti, e sugli elementi essenziali per creare l’atmosfera dei luoghi. Volevo trasmettere quello che questa storia raccontava prima di tutto a me.
Marilyn durante la sua carriera si è ritrovata spesso in ambienti “non ambienti”, volti solo ad essere lo sfondo di film e fotografie. La rappresentazione essenziale secondo me è un espediente narrativo valido per trasmettere la sensazione del ricordo. Quando ripensiamo al nostro passato, ai luoghi in cui abbiamo vissuto, non abbiamo un’immagine dettagliata, ma ricordiamo l’atmosfera e alcuni elementi-chiave, cancellando dettagli che non hanno catturato il nostro sguardo. Così anche dei volti dei nostri amici possiamo ricordare meglio una loro espressione particolare più che la forma effettiva delle parti del volto. Questa storia è composta da ricordi, e quindi questo si è sposato pienamente con la scelta dell’essenziale.

C4C: Sempre per Roberta: la colorazione delle tavole è molto particolare: hai scelto di utilizzare solamente quattro colori che diventano simboli e chiavi di lettura della narrazione. Se il rosso delle labbra e il biondo dei capelli sono il fulcro della sensualità, diventano però i colori allucinati del ricordo. Il verde ci restituisce una natura da set fotografico, restringe gli spazi, li fa sentire artificiali. Grigio è, infine, lo sguardo magnetico di Marilyn, grigi sono gli oggetti e la città dove il suo fantasma novantenne si muove. In particolare mi ha colpito molto la sequenza finale dove Marilyn, stesa nel letto di morte, è resa con le tinte pop di Andy Wahrol. Quali sono stati gli accorgimenti che hai utilizzato in fase di colorazione?
R.S.: Ho voluto mantenere una palette cromatica neutra per la maggior parte della storia per poter evidenziare così alcuni momenti più emotivi. I colori dell’icona Marilyn sono stampati nella nostra mente. Come dicevi, il biondo dei capelli e il rosso delle labbra sembrano elementi su cui non sembra lei potesse avere un potere decisionale. Quegli elementi che avevano contribuito alla sua fama sono poi diventati il simbolo della gabbia in cui si ritrovata, così come il bianco del suo vestito più famoso e il nero del neo. Tutti questi elementi hanno contribuito a dargli un’identità artefatta e immutabile dalla quale non poteva più decidere di scappare.

Goodbye Marilyn evoluzione tavola labbra

Gli occhi azzurri che hanno incantato e rasserenato folle di tutto il mondo sono un elemento che ho voluto cambiare, rendendoli grigi, togliendole così quel potere ammagliante sul mondo, e dandole un potere nuovo. Il nuovo potere che Marilyn ha in questa storia è quello di poter scegliere una vita semplice, poter raccontare quello che lei desidera venga ricordato. E ciò che lei vuole ricordare è lontano da quello che conosciamo superficialmente di lei.
Lo stesso rosso sensuale delle labbra tinge anche alcuni sfondi per raccontare la paura e la violenza. La sequenza che richiama l’opera di Andy Wahrol è quella più fedele a livello cromatico all’originale, ma ho cambiato il soggetto ripetuto. Ho sempre avuto una sensazione di angoscia nel vedere quei ritratti di Wahrol. I colori sono molto accesi e allucinanti, la bocca sorridente mostra in realtà dei denti serrati, gli occhi sono tristi e sembrano non guardare in nessuna direzione particolare. Un’espressione assente.

Goodbye Marilyn evoluzione vignetta labbra

Quei colori risaltano ancora di più in questo fumetto perché sono diversi da tutto il resto della storia e in qualche modo mettono, credo, a disagio, e ci fanno riflettere su quanto anche la morte di una giovane donna possa diventare un bieco modo per guadagnare e far parlare, senza il rispetto e il raccoglimento che invece sarebbe dovuto.

C4C: Francesco, torniamo a te. Ho sempre visto M.M. come un’icona muta. Una diva che canta e incanta, ma sempre vittima della sua immagine quando era chiamata ad esprimersi a parole. Grazie a Goodbye Marilyn ho scoperto che il lato più segreto e sorprendente è proprio la Marilyn che scrive. Nelle didascalie hai scelto di inserire poesie, appunti, riflessioni annotate dall’attrice nel corso della sua vita. Da tutti questi frammenti riemerge una personalità sfaccettata e ambigua, molto più complessa e tormentata dello stereotipo frivolo che abbiamo in mente. Qual è stato il tuo approccio agli scritti di Marilyn? Quale criterio hai utilizzato nella selezione dei testi e cosa hai scartato?
F.B.: Marilyn scriveva moltissimo. Poesie, riflessioni, lettere… Ha lasciato una miriade di fogli, quaderni… Molti sono chiaramente scritti “in diretta” e abbandonati poi senza svilupparli o correggerli.
La selezione dei testi in realtà è stata semplice: prima ho isolato i brani che maggiormente mi avevano colpito, ma senza che questo influisse sulla storia che avevo in mente. Poi, all’interno della sceneggiatura ho cercato di capire dove aveva maggiormente senso che la “fatina” (ossia il personaggio che nel fumetto segue oniricamente i racconti di Marilyn intervistata) provasse un’emozione che la portasse ad estrarre un biglietto da lasciare lungo il proprio percorso…
In un certo senso mi sono immedesimato io stesso nella fata che assiste agli episodi biografici della Monroe, per frugare poi nella propria bisaccia alla ricerca di un frammento scritto dalla protagonista, adeguato a quel dato episodio. Purtroppo ne ho dovuto scartare diversi, perché non entravano nel canovaccio che avevo in mente. Come vedi, un processo molto più istintivo di quanto si possa pensare!

C4C: Per entrambi, a bruciapelo: quale potrebbe essere l’ideale colonna sonora del libro?
Goodbye Marilyn pagina 40F.B.: Una cosa che pochi ricordano è che Marilyn cantava benissimo. Mentre scrivevo ho spesso messo in sottofondo le sue canzoni: un modo per sentirla vicina, per cercare di capire la sua fragile sensibilità, per meglio decifrare anche la sua sensualità unica. Alcuni brani sono esplicitamente citati nel fumetto e li consiglierei come colonna sonora: Diamonds Are a Girl’s Best Friend e I Wanna Be Loved by You.
Aggiungerei a una ipotetica colonna sonora La canzone di Marinella di De Andrè.
Il grande cantautore genovese raccontò più volte la genesi di quel brano, che nasceva da un drammatico fatto di cronaca: la storia di una giovane prostituta, 16 anni o poco più, scaraventata in un fiume da un delinquente di cui forse si era invaghita. Un fatto che il cantautore aveva letto sui giornali quando era giovanissimo, restandone segnato. Fu la canzone che, per prima, diede il successo a De Andrè, il quale ricordò: “Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 La canzone di Marinella, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti”.
Goodbye Marilyn - Il successoMa, al di là dell’indubbio valore storico o artistico, di quel brano mi ha sempre colpito la genesi: De Andrè spiegò in più occasioni che, colpito dalla tragedia di cui aveva letto anni prima, a quella sfortunata ragazza aveva voluto dedicare una canzone per regalarle ancora un po’ di vita e addolcirle la morte: in fondo è quello che abbiamo fatto io e Roberta nel nostro libro…

R.S.: Non ho in mente una canzone in particolare, io ho ascoltato di tutto mentre disegnavo questo fumetto. Ma ora che ci penso sarebbe molto bello riuscire a scoprire quali fossero le canzoni preferite di Marilyn stessa, magari qualcosa che le piaceva sentire da ragazzina. Aggiungerebbe un altro tocco di normalità al suo personaggio.

C4C: Ci potete raccontare un aneddoto o una curiosità legate alla fase di creazione e realizzazione di Goodbye Marilyn?
F.B.: Uno in parte l’abbiamo già raccontato: qualche anno fa mi capitò di vedere Marilyn Monroe in un breve servizio televisivo. Ero con mia figlia Stefania, aveva 8, forse 9 anni. Con gli occhi stupiti disse “com’è bella quella ragazza! Chi è?”.
Io e mia moglie rispondemmo che si trattava di un’attrice molto famosa, morta diversi anni prima. Ci sorprese che nostra figlia, inevitabilmente distante dai canoni estetici o dai “miti” degli anni ’60, fosse rimasta colpita dal fascino di Marilyn: forse la prova migliore di quanto quel fascino trascenda il tempo. Non posso dire che quel giorno decisi di scrivere di lei, ma certamente fu gettato un seme, germogliato in questo libro.
Proseguendo sullo stesso percorso, quando ho deciso che per il mio racconto avrei usato l’espediente narrativo della “intervista impossibile”, ossia del giornalista italiano che vuole ottenere un’intervista da una Marilyn ancora viva e novantenne, ho immaginato che il giornalista riesca a convincerla inviandole un disegno fatto dalla propria figlia, riuscendo così a intenerire l’anziana attrice che da cinquant’anni rifiuta incontri con la stampa. Oltre ad avermi involontariamente dato l’idea di questo libro, è stata proprio mia figlia Stefania ad aver realizzato (quando aveva 13 anni, come la bimba nel racconto) il disegno che trovate a chiusura del capitolo “Il ritratto”. Peraltro, l’idea di chiedere alla “mia Stefania” di realizzare quel disegno è stata di Roberta: un piccolo aneddoto che ha reso questo libro, per me, un’esperienza che resterà unica e preziosa!

R.S.: Una piccola curiosità riguarda l’approccio iniziale alle prime tavole… il capitolo primo infatti l’ho ridisegnato tre volte. La sceneggiatura era definita, ma una stessa tavola può essere rappresentata in infiniti modi pur restando fedeli al proprio stile. Ho cambiato formato e grammatura del foglio, gli abiti dei personaggi, aggiunto e tolto dettagli…

Prima e seconda versione di una tavola del primo capitolo

Prima e seconda versione di una tavola del primo capitolo

Insomma, ho avuto qualche incertezza su come partire, ma sono abbastanza abituata, è il mio modo in generale di rapportarmi a una storia. Poi quando ero finalmente dentro, quando ho trovato un codice, sono riuscita a vivere il resto delle tavole con più sicurezza. Quindi, per quanto riguarda me, un periodo di tempo in cui sperimentare e superare il disagio iniziale è necessario per poter raggiungere poi il risultato.

Tavola definitiva colorata

Tavola definitiva colorata

C4C: Dopo aver concluso Goodbye Marilyn lavorerete di nuovo insieme? Attualmente state lavorando a qualcosa? Se sì, ci potete dare qualche piccola anticipazione?
F.B.: Chi mi conosce sa che fra i miei mille difetti non c’è la piaggeria. Quindi è con sincerità che dico che lavorare con Roberta mi è piaciuto molto. Per la sua abilità tecnica, per la grazia espressiva del tratto, per la velocità di realizzazione… Ma soprattutto per l’estrema intuitività con cui sa interpretare anche le suggestioni più vaghe contenute nei miei testi, riuscendo a tradurle in immagini che spesso sono un valore aggiunto rispetto alla sceneggiatura.
Credo che collaboreremo ancora. Ho un paio di progetti, stavolta non biografici ma di pura fiction, seppure “impegnata”, che vorrei discutere con lei. A più breve termine, ho in mente un progetto su Van Gogh: un personaggio per certi versi accostabile proprio alla Monroe (e non alludo banalmente alle loro tragiche morti e alle tendenze autodistruttive che purtroppo coltivarono entrambi, ma bensì all’analogia che vedo nelle loro tormentate esistenze e nelle fragilità psicologiche dei due personaggi). Un progetto su cui vedrei adattissima Roberta, anche e non solo per le affinità che intravedo fra il progetto sullo sfortunato pittore e quello già realizzato su Marilyn.
Restando a cose più immediate, sto lavorando a Il delitto Matteotti. Il libro uscirà nel 2017, sempre per Becco Giallo. Segna non solo il mio ritorno alle tematiche storiche e politiche che hanno contrassegnato i miei lavori precedenti, ma soprattutto l’occasione di tornare a fare coppia con Manuel De Carli, amico e artista con cui ho già collaborato in passato (sul volume dedicato a Carlo Giuliani e su altre storie brevi) e con cui lavoro sempre volentieri.

Goodbye Marilyn tavola HollywoodR.S.: Come diceva Francesco, c’è questa sceneggiatura su Van Gogh che mi intriga molto e che vorremmo realizzare insieme. Anche qui Van Gogh è rappresentato in un modo piuttosto alternativo, poetico e curioso.
Ho consegnato da poco alla casa editrice Kleiner Flug un fumetto scritto da Michele Ginevra che s’intitola Stradivari – Genius Loci. Narra la biografia del famoso liutaio cremonese (mio conterraneo) dall’infanzia a poco più dei vent’anni. È una biografia che risalta alcuni fatti reali, ma è anche ricca di momenti onirici e misteriosi. Questo fumetto verrà pubblicato a breve.
Inoltre sto lavorando ad altri due progetti. Il primo è una storia di cui sono autrice unica, che prevederà più episodi. Non sorprenderà chi conosce i miei lavori precedenti perché è un fumetto perfettamente in linea con il mio immaginario, ricco di simbologie, personaggi inquietanti, creature misteriose e viaggi onirici.
Il secondo progetto che sto disegnando è scritto da Marco Burberi e si tratta di una storia che abbiamo cresciuto insieme e che riesce a fondere fantasia, vivacità e un linguaggio colorito con la poesia, il mistero profondo e la riflessione sulla vita e sulla morte. Marco ha studiato cinema e appartiene al campo dei videomaker. È un ottimo scrittore, dialoghista e sceneggiatore e questa volta si è prestato al fumetto. Entrambi i progetti vorrei tanto riuscire a presentarli entro il 2017.

Francesco, Roberta, grazie mille per il tempo dedicato a C4 Comic, vi auguriamo un buon lavoro!

 *Tutti i disegni utilizzati qui, su gentile autorizzazione dell’autrice, sono opera di Roberta Sacchi.

Filippo Marazzini

Studia per mangiare, scrive per digerire.

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