Charlie Hebdo, gli indignati e i limiti della satira: 3 domande a Nebo, Daniele Fabbri e Mario Natangelo


Gennaio 2015
, i social sono invasi da “Je Suis Charlie”. Oggi, due anni più tardi, sembra di parlare soltanto di un ricordo lontano. Dopo la vignetta che lo scorso settembre ha fatto seguito al terremoto del Centro Italia, infatti, l’opinione di molti italiani sul giornale francese ha subito una drastica sterzata. Si è parlato di buongusto e di limiti della satira, arrivando in certi casi anche a mettere in discussione quel diritto alla libertà di stampa che veniva rivendicato poco più di un anno prima.

Ora, dopo la tragedia del Rigopiano e una nuova vignetta pubblicata da Charlie Hebdo, l’intolleranza verso la redazione parigina ha subito un’impennata. Sulla pagina Facebook ufficiale del giornale i commenti degli italiani l’hanno fatta da padroni, piazzandosi in testa grazie a un’ondata di indignazione sconfinata più volte in becero sciovinismo.

Commenti Charlie

Ma allora la satira va bene fino al momento in cui non tocca corde per noi troppo sensibili?

Può darsi. Però non basterebbe limitarsi a un giudizio di gusto, senza mettere in dubbio la legittimità di pubblicare qualcosa che a noi non piace?
Volevo capire meglio. Volevo sapere cosa ne pensassero tre persone che con la satira hanno a che fare da anni: Nebo, Daniele Fabbri e Mario Natangelo.

Ora colgo l’occasione per ringraziarli del tempo che ci hanno dedicato e vi lascio alle loro parole.

C4: Due anni fa tutti Charlie, oggi tutti indignati. Qual è la tua opinione su Charlie Hebdo e sulle reazioni che ha suscitato nel nostro Paese?

Nebo

Nicolò “Nebo” Zuliani

Nebo: Charlie Hebdo è un giornale mediocre, secondo me. Ma son gusti, e fa benissimo a fare quello che fa, anche perché ci permette di avere capolavori assoluti tipo la vignetta di Jenus sui servizi segreti francesi. Riguardo al nostro popolo, s’indigna per qualunque cosa. Un giorno per un massacro in redazione, quello dopo per una vignetta, una foto, un titolo, una frase, un cane. Basta aspettare il giorno dopo e ci sarà un altro motivo. Ma non è indignazione, è ego. Perché vai da un giornalista, un autore o un VIP a dire che ti senti offeso? Perché gli intimi di chiedere scusa? Cosa ti cambia? Lo faresti da anonimo? Lo faresti col barbone che biascica insulti sessisti sotto casa?

Daniele Fabbri: Non ho mai letto Charlie Hebdo come la stragrande maggioranza degli italiani. Ho visto solo qualche prima pagina ogni tanto, e le vignette che i nostri media hanno messo sotto i riflettori. E mi hanno fatto sorridere.
Penso che se una vignetta che ricorre al grottesco ti suscita schifo, sia normale. Solo che se questo schifo ti dura più di tre-quattro minuti, hai una scala delle priorità che fa schifo al cazzo. È come quando hai dodici anni e offendono il tuo cantante preferito. Emotività adolescenziale.

Mario Natangelo: Io mi vergogno delle cose che ho letto su Charlie Hebdo: non posso dirlo in altro modo, solo vergogna, ed è la cosa più brutta da provare. Ed è una vergogna così profonda che ti passa anche solo la voglia di esternarla. Però non mi stupisce: per come intendo io il mio lavoro, Charlie Hebdo è sempre stato il mio mito, la mia Sorbonne, la mia Accademia di Svezia personale. Loro fanno satira, punto e basta, e più sono odiati più gli voglio bene.

C4: Sembra che l’Italia abbia grosse difficoltà nel riuscire a comprendere il black humour e un certo tipo di satira, ma soprattutto ad accettarli. Credi sia un problema culturale?

Nebo: Non saprei dire il confine tra black humour e cattivo gusto. È soggettivo. In occidente abbiamo un’intolleranza crescente mascherata da politically correct per cui non puoi fare battute su nulla. Questo ha creato la frangia opposta, ossia branchi di vigliacchi che nel nome del “black humour” deridono un bimbo il cui padre s’è suicidato. Se esistessero scuole di buongusto ti direi che sì, è un problema culturale. Ma forse non puoi avere dei geni tipo Lercio, Kotiomkin o Jenus senza avere milioni di emuli disastrosi. Ok, basterebbe elevare i primi e ignorare i secondi, ma per farlo serve razionalità. E noi siamo nel secolo dell’emotività.

Daniele Fabbri

Daniele Fabbri

Daniele Fabbri: Sì, ma credo che il problema più grave risieda in chi si approfitta del problema culturale. Sappiamo che gettare benzina sul fuoco è dannoso, solo che invece di spegnere l’incendio, ci mettiamo a vendere benzina agli incendiari. I problemi culturali sono molto redditizi, se non è tua intenzione risolverli.

Mario Natangelo: In Italia abbiamo Crozza. Oppure i vignettisti mosci, pensosi, da cabaret, quelli con i mille distinguo. Né è satira la mia, la vignetta di ogni giorno, che prende il giro il presidente di turno: la satira è solo un guizzo, raro, e chiede tanto coraggio perché sguazza nella merda e chiede di farsi odiare. Detestare. A volte mi è riuscita, voglio sperare. Il più delle volte ho tirato la palla sulla traversa. La Francia è molto più avvezza a questo tipo di linguaggio e per questo Charlie prende di mira gli italiani: la reazione di questa massa di pecore è proprio il carburante del lavoro satirico.

C4: Non è mai corretto ridurre tutto a un aforisma, ma quando si parla di limiti della satira penso sempre a Pierre Desproges: “Si può ridere di tutto, ma non con tutti”. Sei d’accordo?

Nebo: Sì. Ma penso sia una cosa buona. Il tipo di senso dell’umorismo di qualcuno dice moltissimo di che persona è. E di quanto vuoi averci a che fare.

Daniele Fabbri: Per non cadere nel tranello ti rispondo con un altro aforisma di Kraus: “L’aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezzo”.

Mario Natangelo

Mario Natangelo

Mario Natangelo: Non so se la satira abbia limiti, di sicuro non lo hanno l’idiozia e l’ignoranza. Io mi vergogno profondamente di chi oggi inneggia all’Isis, di Fiorello che dice “pezzi di merda”, del sindaco di Amatrice che senza ormai alcun senso del ridicolo si preoccupa di invitare i disegnatori a fare controvignette per la vignetta della morte che scia. Del comune di Amatrice che a pochi giorni dal dramma querela un settimanale satirico oltre le alpi (come sta andando quella querela, signor sindaco?). E lo stesso ha fatto adesso il comune di Farindola: che vergogna profonda. Ecco, sono queste le persone con le quali non mi interessa ridere. Tutti hanno diritto alla critica, all’invettiva, anche all’offesa: a noi altri non resta che vergognarcene. Loro sono Ghisberto, il vignettista “risposta italiana a Charlie Hebdo”, che può essere giudicato dai suoi disegni. Io preferisco restare Charlie.

Nicholas Venè

Leggo, scrivo, gioco, guardo, commento. Osservo e prendo appunti, provando a fare cose.

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