[Esclusiva] C4 Chiacchiere con… Mauro Uzzeo

Abbiamo raggiunto il noto sceneggiatore Bonelli, non solo per saperne di più a proposito dei suoi ultimi lavori, ma anche per scoprire qualcosa su di lui e la sua fortunata carriera.

Prima di venire qui ho letto praticamente ogni intervista che Google è riuscita a trovare. Ho notato che più o meno erano tutte incentrate su progetti appena realizzati o sull’uno all’altro fumetto. In questa intervista invece vorrei più concentrarmi sull’uomo che sta dietro alle creazioni. Quindi inizierei subito con una domanda “alla Marzullo“…

C4 Comic: Tra gli sceneggiatori italiani, sei probabilmente quello che più di tutti ha le mani in pasta su molteplici progetti: cinema, fumetti, videoclip, cartoni animati, fiere, scuola e romanzi. Ma in realtà cos’è Mauro Uzzeo?
Mauro Uzzeo: Me lo chiedo spesso anch’io e me lo chiedono anche le persone che ho intorno!
Tutta colpa di Aristotele che ha deciso che dovessimo classificare in modo chiaro qualsiasi cosa e quindi ogni volta che ci mettiamo a saltare da un cassetto all’altro, generiamo una confusione assurda. Quindi io solitamente taglio la testa al toro e mi riferisco alla mia professione a seconda della persona che ho davanti. Ad alcuni parlo solo del mio lavoro di sceneggiatore, altri sanno che sono un regista, altri ancora un organizzatore di festival o un docente. I motivi per cui faccio cose diverse tra di loro sono fondamentalmente due: la prima è pratica e ovvia, nel senso che è legata molto al precariato.
Grazie al “dio precariato”, tutta la mia generazione difficilmente si è trovata nella condizione di poter scegliere un lavoro come hanno fatto i nostri genitori.
Noi siamo la prima vera generazione momentanea: oggi facciamo questo, oggi viviamo qui, oggi proviamo questo, ma se tu mi chiedessi d’immaginare dove starò fra dieci anni, io ti risponderei che non lo so.
Questo è meraviglioso, perché vuol dire avere potenzialità infinite, ma d’altra parte è anche terrificante, perché comporta che qualsiasi progetto a lungo termine sia un lancio dei dadi.
Quindi, negli anni mi sono accorto che potevo imparare mestieri diversi partendo sempre dalla stessa base: raccontare storie. Capivo, però, che ogni media aveva sfumature e linguaggi diversi e si rivolgeva a persone diverse.
Infatti, gente che vede i miei videoclip, magari non ha mai letto un mio fumetto e viceversa. A me questa cosa piace molto.
La seconda motivazione è legata a una sorta di schizofrenia che mi permette di non posarmi troppo sulla stessa cosa, ma di cambiarla appena credo di averla imparata. Mi piace fare cose diverse, perché amo imparare dalle cose che faccio, lavorare con persone e gruppi differenti e soprattutto sono ossessionato dall’idea di fare cose belle, al servizio del bello. Che di brutto ne siamo già circondati abbastanza.

C4C: Quali sono le tue “secret origins”? Come ti sei avvicinato al fumettomondo? Quali sono state le prime letture che ti hanno fatto innamorare del media?
M.U.: Ho cominciato a leggere fumetti perché, come tanti bambini, cercavo una via d’incontro con mio padre. Ho iniziato prestissimo, mi ricordo che già a cinque anni mi mettevo accanto a lui e insieme leggevamo Tex, però facevo fatica, perché per il piccolo Mauro, Tex era noiosissimo.
Quando poi nell’estate del ’86, sulla quarta di copertina di un numero di Tex esce la pubblicità di “Tutto Zagor” n.1 io impazzisco!
Avevo visto per la prima volta questo personaggio con la divisa e lo stemma dell’aquila sul petto, e si presentava praticamente come un supereroe! Così ho cominciato a comprarlo e a leggerlo vicino a mio padre, mentre lui continuava a leggere il suo Tex.

C4C: Non penso che una mattina ci si svegli e si decida: “Da grande voglio raccontare delle storie!” O forse è andata proprio così? Qual è stato il percorso formativo che ti ha portato alla professione di sceneggiatore?
M.U.: Ho cominciato piccolissimo: a sette anni producevo già un mio fumetto, che impaginavo e disegnavo da solo. Faceva abbastanza schifo, ovviamente, e c’erano le storie di tre eroi diversi, con la pagina dei giochi, le curiosità che rubavo alla Settimana Enigmistica e tutto il resto, poi lo vendevo a 200 lire.
Ne esistevano solamente una manciata di copie per ogni albo, perché non avevo la fotocopiatrice in casa e così, ogni copia, la facevo a mano: li ridisegnavo uno ad uno e li vendevo all’edicola sotto casa, poi con quei soldi mi ci compravo Tutto Zagor.
Quindi questa cosa d’inventare e raccontare storie ce l’ho sempre avuta, ma per farla diventare una professione, chiaramente, devi imparare il mestiere, devi conoscere quali sono i mezzi e gli strumenti. A me questi strumenti li ha dati Lorenzo Bartoli. Quando avevo quindici anni, feci con lui un corso da Nuvoloso [Storica fumetteria ad Albano Laz. (RM) NdR] e quello fu un momento un po’ magico, perché tra gli altri allievi del corso c’erano: Giovanni Masi, Roberto Recchioni e Elisabetta Melaranci. Una classe bizzarra ma decisamente fortunata perché poi tutti i componenti sono sono diventati autori di fumetti e noi siamo rimasti amici d’allora.
Successivamente Lorenzo mi prese “a studio” e iniziai a imparare facendo proprio il ragazzo di bottega. All’epoca usciva “Arthur King” e lui mi chiedeva:

Inventa il titolo di questa storia

oppure

Trovami il finale

O ancora:

Lavoriamo su questi dialoghi

Io ho imparato così a fare fumetti.

C4C: Quando non sei chiuso da dei “paletti editoriali” e hai la possibilità di muoverti più liberamente nella creazione della storia, ho notato che ci sono degli elementi ricorrenti, come la famiglia e soprattutto i bambini. Ci hai mai fatto caso?
M.U.: Sì, abbastanza. Tenendo conto che racconto sempre in maniera ossessiva di piccoli nuclei di persone, di famiglie o di esseri umani. La cosa che mi ossessiona più di tutto sono i corpi.
Come dice Schopenhauer, per scoprire il Velo di Maya devi usare il corpo come volontà e rappresentazione, quindi il corpo è l’unica cosa di cui ci possiamo fidare, che possiamo usare, perché c’è.
In ogni cosa che faccio c’è un enorme fisicità, dal corpo esposto, al corpo violato, al corpo rovinato al corpo pieno di segni, il corpo c’è sempre e questi corpi sono di persone che a me piace guardare in faccia, dritto negli occhi, stare con loro. Non mi viene mai di raccontare macro trame con eserciti all’arrembaggio o avventure interstellari, non ne sono portato. Potrei invece tranquillamente raccontare per sempre delle storie ambientate in questa stanza, con due o tre personaggi.
Proprio come nel videoclip “Dervish” [del cantante Tymbro NdR], che è stato un caso raro, perché ho potuto fare esattamente quello che volevo. Ho sentito il pezzo e ho chiesto:

Mi fate raccontare una di quelle storie che piacciono a me e che potrebbe andare bene per questo video?

Ho avuto abbastanza carta bianca e quando è così io vado su questa tipologia di storia. Mi piace tantissimo vedere come il corpo cambia durante la vita, quando sei contemporaneamente bambino, adulto e vecchio.
Questo concetto mi rimanda a uno dei miei libri preferiti “Mattatoio n. 5”. Nel romanzo, attraverso una metafora della demenza senile, assistiamo alla perdita di conoscenza o della memoria del protagonista, che rapito dagli alieni, è trasportato sul pianeta Tralfamadore, qui il tempo non è considerato come lo vediamo noi, cioè un susseguirsi cronologico di eventi in cui tu eri, sei e sarai, ma lì tu sei sempre. La vita è un’unica linea retta nella quale sei tu in qualsiasi età hai. Sei e vivi in ogni momento della tua vita.
Tutto questo mi riporta al corpo, perché è l’unica prova tangibile del tempo che passa.

Okay, ora è il momento delle polemiche…

C4C: Bonelli sta cambiando. Molti lettori di vecchia data non vedono di buon occhio le novità, sentendo in giro e sul web fioccano critiche e polemiche, come ad esempio: sull’uso del colore o sul taglio delle storie che strizza l’occhio ai comics americani e ai manga giapponesi. Uno dei sintomi più evidenti della sua evoluzione è “Orfani”, progetto in cui c’è molto del tuo. Come risponderesti a queste critiche? È giusto abbandonare il passato? O sarebbe meglio continuare sulla strada aperta dal fondatore Sergio Bonelli?
M.U.: Ma guarda non lo so, io sono uno che i flame, le polemiche, le sopporta davvero a fatica, e anzi tento di fuggirle il più possibile.
In realtà non credo molto in questo malcontento dei lettori, nel senso che alla fine rendiamoci conto che Tex vende sempre uno sfracelo di copie ed è la cosa che apparentemente può sembrare come la più conservativa della Bonelli, dico apparentemente perché Boselli ha fatto un lavoro di restyling pazzesco negli anni, riuscendo sia a attirare nuovi lettori pur conservando quelli storici.
Io vedo semplicemente una casa editrice, che come molte altre e più di altre, cerca di capire come creare il fumetto dei prossimi anni e, secondo me, questo, artisticamente parlando, è un momento ottimo per la Bonelli. Perché al di là della crisi del settore della carta, vedo la voglia e la volontà di sperimentare, di provare nuove formule editoriali, di capire come accontentare più lettori di fumetti, trovando esattamente quello che stanno cercando, poi in alcuni casi ci riescono e in altri no.
Ti dico la verità, per tutte le storie che ho fatto per “Orfani” non ho avuto mai ricevuto “paletti” dalla redazione. E questa è una cosa enorme. Mi spiego meglio: la Bonelli per posizionamento nel mondo dell’editoria italiana e nell’opinione comune della maggior parte delle persone, rappresenta il fumetto nazional popolare italiano per eccellenza quindi se dovessimo fare un paragone televisivo, potrebbe tranquillamente paragonarla alla proposta d’intrattenimento della prima serata di RAI Uno. Intrattenimento nazional popolare a larghissima diffusione.
Però tu immagineresti di trovare in prima serata su Rai Uno una serie di fantascienza ambientata in Italia dove un trittico di ragazzini minorenni fa sesso in maniera ludica, divertente e giocosa ma anche amorevolmente unito in uno strambo concetto di famiglia, dove famiglia è essere loro stessi perché loro stessi è l’unica cosa che hanno. Il mondo sta finendo, non c’è più nessuna speranza, quindi giocano con i loro corpi perché non hanno niente altro da fare.
Poi la ragazzina rimane incinta nessuno sa chi è il padre del nascituro ma non è un problema perché si continua a restare insieme, e tutto ciò raccontato nel percorso di un ex eroe di guerra ritirato che cerca di trovare il suo ruolo nel mondo e vuole capire se riuscirà mai ad essere un padre. A me sembra una tematica abbastanza tosta e poco da prima serata di RAI Uno e in Bonelli però non ci hanno mai fatto storie, non ci hanno mai detto: “Ma questi sono minorenni” o “Ma questi fanno sesso in tre”.
Non ci hanno mai fatto problemi sul far morire personaggi, né a un certo approccio al concetto di terrorismo o di satira sulle politiche attuali.
Spesso, se si conoscessero un minimo le dinamiche aziendali o redazionali, le polemiche si sgonfierebbero abbastanza facilmente.

C4C: I miei “informatori” hanno riferito che oltre al fumetto italiano, leggi anche molti comics. Quindi ecco la domanda sui fumetti Marvel e DC: “Rebirth”, “All-New All-Different Marvel” e “NEW52”, ormai i reboot non sono più un novità, ma si ripresentano quasi ciclicamente. Tu cosa ne pensi? È solo un modo per alimentare una macchina genera soldi o è un espediente intelligente per raccontare nuove storie?
M.U.: Io sono stato un avidissimo lettore di fumetti americani e per anni proprio un Marvel Zombi drogato: leggevo tutto e sempre e avevo un amore grandissimo per gli X-Men di Claremont e tutte le altre testate mutanti. Ecco, io dopo anni ho smesso completamente di leggere tutti i fumetti Marvel, all’ennesimo albo “All-New” che toglieva di mezzo tutti i personaggi che conoscevo e andava a raccontarli in un modo troppo lontano da quello che era il mio sentire.
Vorrei essere più chiaro, io mi rendo conto del perché avvengono questi cambiamenti e del perché si concepiscano questi reboot e rilanci, con la volontà di agganciare un pubblico sempre più difficile, ne capisco la motivazione. Semplicemente, all’ennesimo reboot io sono sceso dalla giostra. Perché, se è vero che queste operazioni sono un’ottima occasione per salire a bordo, è vero anche che lo sono per uscirne, visto che in un modo o nell’altro, chiudono tutte le trame. Per la prima volta, quindi, ho smesso di leggere tonnellate di fumetti Marvel e ho ripreso in mano gli albi della DC con “Rebirth”, che grazie alla voglia di ritornare agli eroi e alle icone classiche e anche a una certa continuity di un universo collegato mi ha affascinato e ho cominciato a leggerlo. Della Marvel, però, devo dire che non ho eliminato proprio tutto tutto e ho letto cose splendide come la mini di “Visione”di King, o tutto lo spettacolare Thor di Aaron. Allo stesso tempo leggo tantissima Image e non mi perdo un albo di Savage Dragon che colleziono fin dal primo numero.
Però adesso ti dirò una cosa impopolare per cui tutti i tuoi lettori mi odieranno… sono arrivato in quella fase della mia vita in cui non mi sta più sul cazzo Alan Moore che dice che non capisce perché gente di quarant’anni continua a discutere su fumetti che sono pensati per dei dodicenni.
Negli anni scorsi, quando leggevo quel tipo di dichiarazioni pensavo:

Ma che cazzo dici Alan? Ti sei bevuto il cervello? Proprio tu, parli, che con quei personaggi hai fatto delle robe pazzesche e super mature?

E in realtà, niente, c’ha ragione. La gioia con cui leggevo a quindici anni i fumetti di supereroi, lo stesso modo in cui mi immergevo nella continuity, oggi non lo sento più. Li leggo ancora e mi diverto anche, ma per un misto di nostalgia e di puro e semplice svago. E per carità, non c’è nulla di male e credimi, non c’è nessun atteggiamento snobistico da parte mia, semplicemente, ora, quel che mi emoziona davvero è altrove.

C4C: Ora è il momento di Monolith. Dopo aver pubblicato i due tempi è il momento del grande schermo. A differenza dei tuoi colleghi che si occupavano o della “carta” o della “pellicola”, te hai lavorato su entrambi i progetti, come una specie di anello di congiunzione tra le due realtà. Raccontaci com’è stato. Con quale criterio decidevi se utilizzare un’idea per il fumetto o per il cinema?
M.U.: Sono due mezzi diversissimi per cui, se hai studiato e conosci i due linguaggi, capisci che difficilmente puoi fare la stessa cosa in tutte e due e che le cose da tenere a mente sono diverse. Il fumetto, ad esempio, non ha limiti di budget, nel fumetto l’esplosione di un pianeta con la morte di un milione di abitanti costa come un bacio su una panchina di Velletri.
Al cinema, invece, ogni cosa che metti in scena ha un costo che va a influire nel quadro generale e a determinare, sulla lunga, quello che puoi permetterti sul set, nonché gli stessi giorni di riprese. Per cui se si è stabilito che il budget di un film sia cento, che equivale a 50 giorni di riprese, qualsiasi idea, proposta, ragionamento, vada a intaccare quel budget di 100, ridurrà necessariamente il 50 dei giorni di riprese. Quindi sai che ogni idea che ti viene, anche se migliorativa, ti farà rinunciare a qualcos’altro.
Il fumetto, un po’ come la letteratura, ha il potere di evocare, dove il cinema mostra direttamente. Alle immagini ci sono poi anche altri valori aggiunti come la colonna sonora e il ritmo scandito dal regista, elementi che il fumetto non ha.
Per cui dove va a compensarsi? Dove il fumetto trova la sua grande vittoria? Nella rappresentazione.
Quando hai un disegnatore come Lorenzo Ceccotti puoi fare tutto!
Nel momento in cui hai un artista come Lorenzo e come per un film avere: Dustin Hoffman come attore, Coppola come regista, Vittorio Storaro alla fotografia ed Ennio Morricone per la colonna sonora.
Lorenzo Ceccotti è un artista che sa disegnare bene qualsiasi cosa e qualunque cosa tu gli chiederai di disegnare lui la farà meglio di come la immagini. Un’arma enorme che ci rassicurava del fatto che, almeno in termini meramente visivi, il fumetto di “Monolith” sarebbe stato paradossalmente più potente del film, perché nel fumetto non avevamo freni di alcun tipo. Abbiamo spinto sul fumetto su tutte quelle cose che sapevamo non potevamo permetterci al cinema. Lì dove invece al cinema abbiamo spinto molto di più su un aspetto introspettivo emotivo che invece sul fumetto sarebbe stato noioso da vedere.

C4C: Sono rimasto molto colpito da “Almeno un minuto insieme”Com’è nata questa raccolta di storie? L’avevi pensata fin da subito così? Da dove prendi l’ispirazione?
M.U.: “Almeno un minuto insieme” è stato scritto e disegnato una vita fa, quando avevo 18 anni.
Abbiamo, quindi, semplicemente ripubblicato una cosa vecchissima, che però secondo me aveva ancora qualcosa da dire.
È un fumetto per amici e collezionisti che ho pubblicato insieme al grande Giorgio Presciutti [proprietario della fumetteria Nuvoloso NdR].
Già all’epoca adoravo le storie brevissime e volevo raccontare dei micro racconti in cui il punto in comune fra tutte le storie era nel fatto che ognuno dei personaggi protagonisti aveva bisogno di non essere lasciato solo, che qualcuno gli stesse vicino almeno un minuto.
Dal punto di vista stilistico invece, volevamo rendere unico ogni racconto, lasciando in comune solo il tema principale, così mentre io utilizzavo nove stili di scrittura diversi, Marco Marini ne utilizzava nove diversi di disegno. Il gioco era quello di sembrare nove autori differenti. Solitamente, gli autori differenziano i loro personaggi per non renderli simili, noi invece abbiamo voluto differenziare noi stessi come autori per rendere unici quei personaggi. È stato un esperimento con la volontà di raccontare più che delle storie, delle situazioni, delle immagini e degli stati d’animo.
Un dettaglio su “Ninnananna” una delle tue storie preferite, che poi è anche una di quelle che preferisco io: nella bambina che si partorisce la madre, c’è una delle mie ossessioni, ossia raccontare qualcosa di poetico mostrandolo in tutta la sua sgradevolezza. La visione di una bambina che partorisce è sgradevole per chiunque, quando, però, capisci che sta partorendo una madre per farsi abbracciare, improvvisamente ti intenerisci. Ecco, per me scoprire la poesia in qualcosa di sgradevole è l’obiettivo massimo della scrittura.

Siamo in dirittura di arrivo ed è il momento rilassarci con qualche domanda più frivola:

C4C: Se per un’incredibile commistione di eventi venissi risucchiato nel mondo di un fumetto in quale vorresti andare a finire? (immagino non su “Terra” a scavare nella spazzatura, anche perché ti basterebbe andare in qualche quartiere di Roma)
M.U.: Di sicuro non in uno dei miei fumetti preferiti, perché di solito sono tutti tristi e devastanti, quindi quelli no. [Mauro pensa a lungo] Mi piacerebbe vivere gli anni ’70 dei fumetti di Romita Sr e Stan Lee, o anche poter visitare uno di quei locali fumosi e malfamati frequentati da Wolverine a Madripoor disegnati da Buscema, ma anche poter vivere la vita della provincia americana di “Ghost World” di Daniel Close.
Ma se proprio dovessi sceglierne solo uno… che cazzo, ovvio che sia quello che racchiude tutte le suggestioni possibili: la Darkwood di Zagor!
Il luogo super pulp ante litteram per eccellenza, inventato da un Nolitta in stato di grazia e in cui tutti i generi narrativi vivono insieme. Per cui a Darkwood ci possono essere storie western o coi mostri, noir e di fantascienza ed è una cosa meravigliosa. Quindi in un fumetto di Zagor tutta la vita!

C4C: Se potessi scrivere la tua storia utilizzando a tuo piacere, senza dovere discutere con editori e senza dover rispettare i copyright, cosa inventeresti e che personaggi utilizzeresti?
M.U.: In realtà non mi sento lontano da questo approccio quando scrivo, mi sento abbastanza libero di proporre quello che voglio, perché tutto quello che non propongo penso di non saperlo fare o non fa proprio parte di quello che mi piace .
Io una lunga saga fantasy di 500 numeri non la saprei fare. Non sono un autore attento, ad esempio in “Orfani” non ho mai imparato i nomi delle armi, dei veicoli… Infatti se vedi le mie storie sono tutte abbastanza minimali e incentrate su piccoli gruppi di persone piuttosto che sull’affresco generale.

Grazie Mauro per averci dedicato il tuo tempo e complimenti per il tuo lavoro!

Marcello Davide De Negri

L'autore è Marcello Davide De Negri, figlio degli anni '80, cresciuto a pane e fumetti. La sua grande passione sono i supereroi e ci sono ben poche cose che sfuggono alla sua conoscenza quasi maniacale dell'argomento.

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