C4 Compressa: Tex #684 – Wolfman

La vera motivazione per cui leggere Wolfman è la scena compresa tra pagina 25 e pagina 28: una sequenza quasi del tutto muta (il silenzio di una mattina invernale rotto dal rumore di passi affrettati sulla neve e qualche parola impaurita) che meritava di essere posta davvero come incipit dell’albo. Sì, perché in quel pugno di vignette piene di mistero si palesa sia l’atmosfera di tutta la vicenda sia l’abilità come scrittore di suspence di Pasquale Ruju.

Già, Wolfman costituisce un’ottima prova dello sceneggiatore sardo proprio per lo statuto narrativo doppio che la storia possiede: da un lato infatti c’è un omicidio e, ovviamente, un assassino da scoprire, dall’altro una vicenda più in linea con gli stilemi texiani canonici ma che viene evoluta in modo assai originale servendosi di quella vena intimista che, come abbiamo già avuto modo di notare, è segno distintivo della scrittura di Ruju. E le due anime si intrecciano in modo quasi perfetto tanto che l’albo convince davvero per la sua linearità. La lettura scorre senza intoppi e con un ritmo davvero coinvolgente attraverso una serie di scene ben equilibrate e ben montate che strutturano un costante ping pong tra l’indagine di Tex e Carson e il dramma degli altri personaggi. Prova del nove: quando le pagine finiscono ne vorresti subito delle altre. Il massimo, credo, per un scrittore seriale.

Non solo, altro dualismo: da una parte c’è un paese, la comunità di Silver Bow con le sue dicerie, i pettegolezzi, le leggende che amplificano il reale e dall’altra un antagonista solitario e crudele che cerca vendetta (lo trovate splendidamente immortalato da Claudio Villa in copertina). Come già aveva fatto in Tabla Sagrada, Ruju vuole sondare la psicologia collettiva, indagando le azioni e le reazioni di un gruppo chiuso che viene sottoposto a forti tensioni che giungono dall’esterno. Molto attuale e molto intrigante.

 

Prima di chiudere, come non menzionare gli scenari innevati fissati con maestria esemplare da un Alfonso Font in gran spolvero? Il tratto del maestro spagnolo, complice l’età, sta certo perdendo un poco di smalto ma non ne risentono assolutamente né la qualità né la leggibilità anzi, per la grande capacità di sintesi e per l’utilizzo impareggiabile del bianco e nero, alcune scene (vedi alla voce: sparatorie nella foresta) paiono uscite dai pennelli di Hugo Pratt.

Ah, alcune tavole ci hanno fatto tornare alla mente forse uno dei capolavori (se non, forse, il capolavoro) di Font: il Maxi Tex Nei territori del NordOvest. Anche lì, ricorderete, sulla scena c’erano assassini deturpati e boschi ghiacciati. E piombo caldo, molto.

Filippo Marazzini

Studia per mangiare, scrive per digerire.

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