Recensione Cinecomic: Logan

Regia James Mangold
Paese – Anno – Durata USA – 2017 – 137 minuti
Stagioni/Episodi
Sceneggiatura Michael Green, Scott Frank e James Mangold
Produzione Marvel Studios
Genere Avventura, azione, cinecomic

I WANT LET YOU DOWN

Le ferite gli cospargono il corpo e sovrastano le rughe, il sangue si mischia al sudore che gli attraversa la barba incolta. La schiena si curva sotto il peso delle ossa di metallo e dei muscoli ormai catabolici. Logan è uno straccio ma va avanti. Il suo corpo è stato usato per pulire i dolori del mondo in cui viveva, un mondo che ora lo ha costretto a esiliarsi, ad attaccarsi a una vita di rimpianti e sensi di colpa. Il suo fattore rigenerante gli permetteva di guarire da qualsiasi cosa. Ma non da quelli. Dopo una giornata di lavoro come autista e una rissa con un gruppo di balordi che ha menomato, Logan torna da Charles il vecchio. Quello che una volta era conosciuto come Professor X, il telepate più potente del mondo, ora è soltanto l’ombra di un uomo saggio, immerso in deliri senili e crisi di poteri mentali da disinnescare a furia di farmaci. Logan è un mutante di duecento anni con migliaia di cadaveri sulla coscienza, centinaia di missioni e avventure e molte donne incise nel suo cuore. E adesso pulisce i bisogni di un vecchio paraplegico e porta a spasso ricconi cafoni. È del tutto legittimo che nasconda un proiettile di adamantio da piantarsi nel cranio quando quella vita diventerà insopportabile. Lo tiene tra le mani, se lo rigira come un gingillo dorato. Pensa a tutto quello che ha fatto fino a quel momento.

I hurt myself today
Hurt cantata da Johnny Cash

I WANT MAKE YOU HURT

Sono passati nove anni da quando Hugh Jackman portò per la prima volta al cinema Wolverine, il mutante con gli artigli, un’icona dei fumetti Marvel. Fu una fortuna per entrambi, l’attore e il personaggio: il Wolverine di Jackman venne accettato dalla gran parte dei fan e l’attore fu capace di imprimergli una carica espressiva notevole nel corso della sua avventura cinematografica, ma non fu trattato allo stesso modo da produttori, sceneggiatori e registi che dedicarono a Wolverine due spin-off tremendi, noiosi come file in posta.

Poi giunse la fine. Prima quella degli X-Men sotto contratto della 20 Century Fox e ora di Wolverine, che meritava un ultimo episodio a chiusura del cerchio. Gli ultimi capitoli permettono quasi sempre di giocare sul fattore decadenza del personaggio: egli è giunto al punto più basso della sua vita, ha lasciato dietro di sè amori e affetti e non ha più uno scopo. Servirà qualcuno che lo aiuti a ritrovarlo. Nel caso di Logan si tratta di una bambina con dei poteri molto simili ai suoi.

E a questo punto tagliamo subito le unghie al Wolverine: le soluzioni narrative del film sono un po’ arrabattate, ci sono alcuni buchi di trama che lasciano quantomeno perplessi e, sulla questione del livello tecnico, non siamo dalle parti dell’eccellenza. Anche il rapporto tra i personaggi deve scendere a compromessi con lo scorrere della sceneggiatura. Finito. La parte da recensore oggettivo e ligio al piacere della critica l’ho esperita, ora passo a parlarvi di emozioni.

Logan, tu hai ancora tempo
Charles Xavier

I WILL FIND A WAY

Non era difficile fare meglio dei precedenti film ma questo terzo capitolo della storia di Logan ha dalla sua parte un’arma molto potente: un tema portante. Mentre un film di super eroi a cui siamo abituati deve svolgere il compitino di offrire una trama lineare per far berciare i nerd su Internet, botte da orbi ed effetti speciali per daltonici e qualche citazione da pelle d’oca, questo film sceglie di raccontarci l’uomo e la sua lotta per accettare di saper provare affetto, ci mostra l’atavica dolcezza di un nucleo familiare in ogni circostanza, a dispetto che a comporla siano degli amabili proprietari terrieri o dei mutanti emotivamente scossi.

Patrick Stewart ci regala un Charles Xavier fragile, stanco e disilluso, con delle confessioni che minano tutta la sua vita passata ad avere il controllo sugli eventi e le persone. Hugh Jackman è il figlio che deve prendersene cura, celando la frustrazione dietro il paravento del dovere. Dafne Keen sa badare a sè stessa ma ha pur sempre il cuore di una bambina e si affeziona a quel rude uomo tanto simile a lei.
Questi tre legami bastano a fare del film non più un pupazzone da Luna Park ma una bambola artigianale. Non più un banale servizio di posate, ma un coltello intarsiato di pietre preziose, una lama capace di spaccare il capello e poi scendere fino alla testa aprendola in due. La dose massiccia di violenza in Logan è un altro tassello nel puzzle di sensazioni che lascia la pellicola. Una violenza meravigliosa e brutale, disperata ed eroica, coatta e anabolica.

La visione di Logan è capace di lasciare un segno nello spettatore. Ci sono dei compromessi da fare, magari qualche volta bisognerà distogliere lo sguardo per vedere altrove, lì dove si agitano gli istinti ferali di noi uomini. In quel caso non rimarrete affatto delusi. Non aspettate la scena dopo i titoli di coda. Questa volta è veramente la fine.


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Orzo Nimai

Mi chiamo Nimai. E' il mio vero nome. Sul serio! Scrivo storie e un giorno vorrei farlo diventare un lavoro. Uno dei miei sogni è accumulare abbastanza materiale per riempire almeno una pagina su Wikipedia.

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