Recensione: Goodbye Marilyn

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Editore Becco Giallo
Autori Francesco Barilli e Roberta “Sakka” Sacchi
Prima pubblicazione 2016
Prima edizione italiana 2016
Formato Brossurato
Numero pagine 160 a colori
Prezzo 17,00 euro

Ho pensato che scrivere questa storia non poteva essere altro che un crimine o una preghiera.

Così si conclude L’avversario, romanzo capolavoro di Emmanuèl Carrère. Okay, la tragedia di Jean-Claude Romand –uomo senza qualità che si finse medico per quasi vent’anni e, una volta scoperto, uccise con atroce lucidità prima i genitori e poi la moglie e i figli- poco ha a che vedere con la vicenda della bionda più famosa di sempre narrata dai testi di Francesco Barilli e i disegni di Roberta Sacchi in Goodbye Marilyn, edizioni BeccoGiallo.
Eppure c’è qualcosa…

Un crimine o una preghiera.

Il filo che lega Marilyn Monroe a Jean-Claude è forse lo sguardo che suggeriscono (o impongono) a chi, un bel giorno, sceglie di raccontare le loro vite. Uno sguardo che sta a metà strada tra la ricerca dello scoop, dell’indagine morbosa che mette a nudo un’esistenza e il senso di rispetto che spinge invece a ricomporre i pezzi di una persona che già troppo ha subìto.

goodbye-marilyn-coverEcco, in tutte le 160 pagine di Goodbye Marilyn ho ritrovato questo secondo sguardo. Che, qui, diventa qualcosa di più: un gesto. Un po’ paterno, di sicuro fraterno. Il gesto di mettere una coperta sulle spalle di qualcuno e riportarlo dentro, al caldo. Riportare a casa una persona, una storia, toglierla dai riflettori, dai commenti indecenti e offrirle un nuovo spazio, più intimo. Non tentare di capirla, no, neppure di giustificare. Solo (forse) un chiedere scusa, perché non abbiamo capito in tempo, non abbiamo fatto abbastanza, che anche se è tardi forse un rimedio c’è. Una preghiera.

Perciò non è importante la trama (imperniata sul format dell’intervista impossibile), vi basti sapere che, in queste pagine, non c’è solo la diva che uno si aspetta, c’è anche una donna da riportare a casa. Una donna che raccontando, si racconta.

Poi, grazie alla (bella) postfazione dello sceneggiatore ho scoperto due dettagli interessanti e una frase splendida di Virginia Woolf. I dettagli li metto qui (la frase alla fine perché è una chiusa ideale).

Primo: ci sono tre fotografi che si sono scannati per anni solo per poter dire “io ho intervistato e fotografato M.M. per l’ultima volta”, tanto che si sono dovuti scrivere dei libri per spiegare la faccenda.

Secondo: questi tre ultimi reportage non raccontano la medesima storia. Nel senso: i tre fotografi avevano tutti lo stesso materiale (una macchina, della pellicola, delle luci e la donna più bella di sempre ad un metro) ma quello che ne è uscito -di bellezza- sono tre donne diversissime, parti complementari di un mistero.

E, omaggio o coincidenza, anche Goodbye Marilyn possiede tre anime.

UNA MARILYN

Vogliamo l’attrice, la diva

Bert Stern, Last sitting, 1962

Questo hanno detto a Bert Stein, fotografo di Vogue. E lui obbedisce. Prima sbaglia perché la ritrae in modo molto sensuale, coperta solo da alcuni veli. Poi però, al secondo tentativo, ha un’intuizione: usare il bianco e nero. Un ritorno al classico. Il risultato è un portfolio di un’eleganza e di una raffinatezza uniche.

Dopo la rottura del contratto con Fox molti davano M.M. per spacciata. Lei risponde con queste foto: da viva -con il vestito che trasforma lei in silhouette e la pelle in argento- è già morta, già un’icona.

Anche la colorazione del libro oscilla: Roberta Sacchi sceglie di utilizzare solamente quattro colori che diventano simboli e chiavi di lettura della narrazione. Se il rosso delle labbra e il biondo dei capelli sono il fulcro della sensualità, diventano però i colori allucinati del ricordo. Il verde ci restituisce una natura da set fotografico, restringe gli spazi, li fa sentire artificiali. Grigio è, infine, lo sguardo magnetico di Marilyn, grigi sono gli oggetti e la città dove il suo fantasma novantenne si muove.

Goodbye Marilyn pagina 41Nulla, in queste tavole deve brillare o emettere una luce intensa, dare un contorno netto alle cose, fugare le insicurezze. Ci sono le cromie spente che nel nostro immaginario hanno gli anni ’50, quando il cinema abbandonava gradualmente il white and black, c’è la luce metallica degli ultimi film di Clint Eastwood (in particolare di Changeling, ambientato proprio in quegli anni); ci sono le luci della golden age di Hollywood.

Marilyn è dunque innanzitutto M.M., non si scappa, per iniziare a raccontarla non si può partire che dal suo lato pubblico. Ma non basta e le tavole di Roberta Sacchi, allora, vanno oltre: Marilyn non è solo l’icona pop di Andy Warhol, il viso multicolore delle gallerie d’arte. No, da viva è congelata in un mondo senza colori dove, anche in una spiaggia assolata della California, si prova un brivido.

NESSUNA MARILYN

George Barris, Marilyn, 1962

George Barris, Marilyn, 1962

George Barris e M.M. invece si conoscono da tempo. Quel giorno di fine giugno, lui la ritrae lungo la spiaggia di Santa Monica e all’interno di una villa nelle vicinanze. Scrive Barilli nella postfazione:

I suoi scatti possono essere meno raffinati di quelli di Stern, ma risultano più spontanei. […] Barris ci mostra una donna dolce e sbarazzina, autoironica anche quando provocante. […] Ha gli occhi di una bambina a cui piace farsi fotografare, uno sguardo che sprizza una vitalità a tratti struggente.

Ho sempre visto M.M. come un’icona muta. Una diva che canta e incanta, certo ma sempre vittima della sua immagine quando era chiamata ad esprimersi a parole. Errore grossolano: il lato più segreto e sorprendente è proprio la Marilyn che scrive. Goodbye Marilyn pagina 68Perciò ho trovato davvero molto intrigante e riuscita la decisione di inserire nei dialoghi e nelle didascalie poesie, appunti, riflessioni annotate dall’attrice nel corso della sua vita. Da tutti questi frammenti riemerge una personalità sfaccettata e ambigua, molto più complessa e tormentata dello stereotipo frivolo che abbiamo in mente.

Per esempio, dopo il servizio fotografico sulla spiaggia e l’incontro con una donna qualunque che la vuole conoscere, Marilyn riflette sulla difficoltà di essere sé stessi nonostante il successo. A questo punto, gli autori scelgono di inserire questo breve testo:

Un bravissimo chirurgo mi apre, dopo l’anestesia. Pensava di trovare così tanto… è uscita soltanto segatura –come da una bambola di pezza- che si sparge su tutto il pavimento. Una paziente fatta di vuoto completo.

Stupendo, vero?

CENTOMILA MARILYN

Allan Grant, Marilyn, 1962

Allan Grant, Marilyn, 1962

Goodbye Marilyn vignetta a pagina 100

Francesco Barilli, Roberta Sacchi, Goodbye Marilyn, pag. 100, Becco Giallo 2016

Goodbye Marilyn pagina 40

Allan Grant, inviato di Life, incontra a più riprese Marilyn nella sua villa di Brentwood. M.M. è preoccupata dai giornalisti, dalle notizie che possono far trapelare e chiede di ritoccare il testo dell’intervista: mentre discutono di queste correzioni, Grant le scatta delle fotografie (foto che sono una mezza via tra la potenza iconica di Bert Stern e l’umanità di Barris).

E il vero motivo per cui questo libro mi è piaciuto l’ho trovato proprio qui, nella sezione dedicata ad Allan Grant. Consiste nell’utilizzo che viene fatto delle fonti iconografiche: i disegni prendono spunto ma poi con il loro tratto non molto netto si allontanano dalla limpidezza fotografica. Abbozzano le ombre, esaltano le imperfezioni di una bellezza perfetta.

Per poter apprezzare al meglio questo escamotage narrativo, il consiglio è di leggere il libro due volte: la prima per il gusto della storia, annotandosi mentalmente le suggestioni visive. La seconda con sotto mano un computer, confrontando le tavole o con le singole vignette con i frame dei film o con le foto più celebri di Marilyn.

CONCLUSIONI

Goodbye Marilyn è un libro maturo, scritto con cura, attenzione e un affettuoso distacco. Se volete rivedere la scena della gonna al vento con occhi nuovi, leggetelo. Se no, credetemi, leggetelo lo stesso.

(Ah, la frase della Woolf è questa: “Una biografia è considerata completa se si limita a spiegare sei o sette personalità, mentre una persona può averne un migliaio”. Ecco, Goodbye Marilyn ne spiega tre, di personalità, ma ne lascia intuire almeno il doppio. Il che, con buona pace di Virginia Woolf, è un ottimo risultato).

Goodbye, Marilyn
Piazza Fontana
Carlo Giuliani, rimozione di un omicidio
Piazza della Loggia: 1
Piazza della Loggia: 2




LA NOSTRA PAGELLA: 8/10



Filippo Marazzini

Studia per mangiare, scrive per digerire.

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1 Risposta

  1. 14 gennaio 2017

    […] è approdato in libreria Goodbye Marilyn, Becco Giallo Editore. Il libro ci ha molto affascinato (qui trovate la nostra recensione) e, per saperne di più, abbiamo deciso di rivolgere alcune domande agli autori, lo sceneggiatore […]

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