Recensione: Il grande prato

Editore Coconino Press
Autori Roberto Grossi
Prima pubblicazione 2017
Prima edizione italiana 2017
Formato 17 x 24 cm
Numero pagine 216

Prezzo 17,50 euro

Cercare di essere felici è da fessi o almeno da queste parti è un lusso, in un attimo ci si abitua e sei fregato.

Palazzi di periferia grigi e decadenti si ergono come enormi alveari di cemento tra rifiuti, relitti metallici e persone con la testa bassa agli angoli delle strade. È l’ultimo baluardo della civiltà, l’estremità tentacolare di una metropoli che sembra voler inglobare tutto e tutti, anche chi non ce la fa, anche chi annaspa irrimediabilmente ai suoi margini. Oltre questi giganti in rovina c’è un grande prato fatiscente che, come un sito archeologico post-apocalittico, è disseminato di ruderi e spazzatura e nel cui mezzo scorre un fiume puzzolente e stagnante. È proprio qui, nel “grande prato”, che passano le giornate della loro preadolescenza i Siamesi, due fratelli tanto identici da non riuscire a distinguerli, figli illegittimi di quel luogo degradato, senza una vera famiglia e senza una vera casa. I Siamesi vivono in una baracca di lamiera nascosta tra i rovi insieme al loro Zio. L’uomo è un anziano alcolizzato che chiede l’elemosina ai semafori di un quartiere nelle vicinanze. Quando lui non c’è, i ragazzi non fanno altro che gironzolare tra il prato e i palazzi, stando attenti a non entrare nella “zona proibita”, il campo rom che si estende poco distante. Sono questi i protagonisti e i luoghi de Il grande prato, graphic  novel scritto e disegnato da Roberto Grossi ed edito da Coconino Press.

STORIE DI PERIFERIA

Il fumetto, scandito da una serie di brevi episodi con titoli nominali, racconta le giornate, gli incontri, le vicende e le osservazioni dei due ragazzini attraverso la voce narrante di uno dei due, che tuttavia parla al plurale come se i gemelli avessero una sola identità. Gli avvenimenti sono descritti con occhio schietto e disilluso, quasi come se i protagonisti fossero degli spettatori freddi e distaccati di un mondo squallido e senza speranza. Il lettore viene  dunque accompagnato in una sorta di tour, dove lo sguardo e le parole dei due ragazzi diventano le lenti privilegiate  con cui osservare e interpretare luoghi e avvenimenti. Ecco, allora, che la grande fabbrica sputa fumo diventa una fortezza inespugnabile, i cumuli di rifiuti sono montagne di tesori nascosti, il villaggio rom un’isola felice di solidarietà e gentilezza, gli angoli dei palazzi i luoghi dove comprare la felicità, le buste di plastica sugli alberi sono degli strani fiori e le strade teatro di incontri pericolosi. Ciò in cui siamo immersi è un vero e proprio microcosmo completamente staccato dalle logiche sociali a cui siamo abituati, una zona ai margini dove le persone sono sfuggenti, fluttuanti in una quotidianità effimera e a-progettuale in cui ognuno è costretto a fare per sé per sopravvivere. I margini della città sono come una giungla di asfalto e cemento, dove vige la legge del più forte  in una dimensione del tutto bestiale e disumana. Proprio Il tema della disumanizzazione, oltre che espresso implicitamente attraverso la rappresentazione dello spazio e con lo sguardo privo di empatia e speranza dei protagonisti, viene dichiarato esplicitamente in alcuni passaggi, come quando lo zio, con una metafora di una durezza disarmante, afferma che quelli come loro non sono persone, ma soltanto della spazzatura nascosta sotto un enorme tappeto.

UN MONDO GRIGIO

Per quanto riguarda i disegni, Grossi mostra un tratto incisivo e personale, con grande cura per le architetture e gli ambienti. I palazzi si stagliano davvero alti e decadenti, con le loro finestrelle e le loro linee geometriche che vanno a contrapporsi alla scompostezza morbida e casuale dei rifiuti, alle linee dolci degli alberi e dell’erba, così come alla miriade di crepe, macchie e scritte che popolano le infrastrutture della periferia. I volti dei protagonisti sono spesso corrucciati, gli occhi sono vitrei, abbassati, sgranati nei momenti di rabbia o, talvolta, quasi inespressivi. Le vie tra i palazzi sono popolate da gang di ragazzini, spacciatori, mezzi criminali, reietti e senza tetto. Si respira un’atmosfera nichilista e disillusa, dilaniata da sprazzi di violenza improvvisa e apparentemente gratuita, una violenza disperata, che sembra scaturire da chi vive costantemente con le spalle al muro. Tutto ciò è impreziosito dal’uso del colore caratterizzato da una tricromia di bianco, grigio, nero adattissima per il luogo del racconto, che non può non portare la nostra mente al bianco/nero di La Haine, film capolavoro di Mathieu Kassovitz ambientato nelle banlieue parigine e per certi versi affine alle tematiche dell’opera di Grossi.

CONCLUSIONI

Per concludere, Il grande prato è un fumetto cinico e asciutto che racconta in maniera acuta e schietta le vicende di una periferia urbana e dei suoi abitanti, attraverso lo sguardo ingenuo, ma già disilluso, di una coppia di ragazzini, figli di una realtà dimenticata e spietata. Una lettura necessaria e devastante, che ci ricorda quanto sia difficile sentirsi ancora umani quando si vive ai margini della società, abbandonati come rifiuti in attesa di marcire.

C4 MATITE:

Matteo Marchetti

Filosofo per formazione ed educatore per professione, cresce a Dragonball, Final Fantasy e calcio di strada nella campagna piacentina. Appassionato di fumetti, cinema, videogiochi, letteratura e arte è sempre a caccia di nuovi stimoli su cui riflettere, dialogare e scrivere.

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