Recensione: Le storie #53 – Razo, il brigante

Editore Sergio Bonelli Editore
Autori Fausto Vitaliano (testi), Matteo Mosca (disegni) e Aldo Di Gennaro (copertina)
Prima pubblicazione 11 febbraio 2017
Prima edizione italiana 11 febbraio 2017
Formato 17 x 21,3 cm
Numero pagine 116

Prezzo 3,80 euro

Un bicchiere per sentire, uno per ricordare, uno per bere.
(Proverbio tradizionale russo)

Avete da anni in programma di fare un bel viaggetto in Russia ma non trovate mai né il tempo né il denaro per spiccare il volo?

Bene, allora Razo, il brigante, scritto da Fausto Vitaliano e disegnato da Matteo Mosca, fa proprio al caso vostro. Al modico costo di 3,80 euro, potrete infatti passeggiare nelle antiche terre degli Zar, accomodarvi in una dacia siberiana e ascoltare, stretti davanti al fuoco, un avvincente racconto di guerra e spionaggio. D’accordo tutte belle parole, ora però qualcuno esigerà del sano pragmatismo e la risposta alla seguente domanda: vale davvero la pena correre in edicola e agguantarne una copia?

Per aiutarvi in questa scelta, qui sotto trovate tre shots di pura vodka moscovita: tre bicchierini da leggere tutto d’un fiato per farvi un’idea più chiara (o annebbiarvi la vista, dipende da quanto reggete) sul numero 53 della collana Le Storie. Iniziamo: salute!

UNO PER RICORDARE…

Siamo nel 1904. 8 febbraio.
È notte fonda quando le navi di una flottiglia giapponese sferrano a sorpresa un attacco a Port Arthur, Manciuria (sì, quella di Risiko), dove è ormeggiata gran parte della flotta russa. La battaglia, che prosegue il mattino seguente con scontri a terra, segna l’inizio di un conflitto, durato quasi due anni, per la conquista della Corea. È la guerra russo-giapponese: una guerra che si rivela, fin da subito, drammatica per la Russia. Questa la storia.

Siamo nel 1904.
Viktor Kolima è un brillante ingegnere che dopo aver perso un occhio in un incidente, lavora al ministero della guerra. Il conflitto con il Giappone sembra una realtà lontana finché, una mattina, Viktor non sente provenire una voce da una porta lasciata per errore semiaperta: da quel momento niente, per lui, sarà più lo stesso.
Dopo Eroe senza patria e Il condannato, Vitaliano realizza con questo numero un tris di discreta fattura. Lo sfondo storico viene, come sempre, ricostruito con una notevole abilità filologica: l’ambientazione è curata e l’abilità dello sceneggiatore si mostra soprattutto nella capacità di delineare in modo divulgativo e accessibile a tutti dinamiche storiche davvero molto complesse. L’albo, per questo motivo, ci ha ricordato altri numeri della collana (La rivolta dei Sepoy (De Nardo/Brindisi), Balaklava (Mignacco/Pezone), Atto d’accusa (De Nardo/Piccininno): tutte Storie che permettono al lettore di conoscere episodi semidimenticati e -cosa mirabile- mettono in corpo una gran voglia di approfondire.

UNO PER SENTIRE…

Non è tutto rose e fiori, però. Perché dobbiamo dirlo: la vicenda non brilla assolutamente per originalità. Il ritmo è eccellente (soprattutto nella prima parte e nel finale) ma il format globale è quello tipico (e molto consolidato) di qualsiasi spy story che vi venga in mente senza però idee davvero inedite. Tanto che se ci dimentichiamo per un attimo di essere in Russia all’inizio del ‘900 viene il dubbio che si stia leggendo una storia western o un romanzo hard boiled americano.

Il personaggio di Razo, per esempio, pur essendo davvero ben sceneggiato, è esattamente lo stereotipo di moltissimi giovani furfanti e bad boys dal cuore d’oro che popolano libri, film e fumetti dai tempi di Dickens; godibile, senza dubbio, ma si inscrive in un solco già (fin troppo) ben tracciato. Infine -ultima nota dolente- alcune scene dell’albo sembrano uscite dritte dritte dalle pagine di Martin Mystère, ossia sono davvero Impossibili.

Impossibile penetrare nel palazzo, sede della polizia segreta zarista da una grondaia, rubare documenti segreti e uscirne, lanciandosi contro una finestra, senza riportare nemmeno un graffio. Impossibile uscire da San Pietroburgo nascosti in una barca vuota che sfila sotto gli occhi ignari dei soldati di guardia. Impossibile che sulla strada dei due protagonisti compaia (per caso o miracolo) un laboratorio segreto di progettazione militare fornito di un primo prototipo di automobile. Insomma qualcosa non torna.

Ma l’avventura e la bellezza della narrazione sta anche (e, forse, soprattutto) in questo.

UNO PER BERE…

Il lato oscuro della Luna, Friedrichstrasse, Mercurio Loi (a marzo riedito, non perdetelo): Matteo Mosca arriva, con questo albo, alla quarta collaborazione con la testata e la sua prova, ancora una volta, è di alto livello. Il disegno mostra un tratto pulito e dinamico, molto efficace nell’evocare l’atmosfera dell’inverno russo: sulle pagine di Razo, il brigante è una gioia veder fioccare la neve o perdersi ad osservare i segni delle carrozze sulla strada coperta di bianco. Il disegnatore di Parma è poi molto bravo nella gestualità e nelle mimiche e a mostrarci con uguale acutezza di dettaglio lo squallore degli uffici statali e la ricchezza dei palazzi del potere (i tappeti meritano un capitolo a parte: sono resi in modo spettacolare).

Durante la lettura ci è poi sorta anche una domanda, la mettiamo qui, alla fine. Quasi tutti i protagonisti visualizzati da Matteo Mosca su questa collana (l’astronauta Lloyd Clark, l’agente della STASI Friedrich e Ottone, la “spalla” di Loi) dal punto della fisiognomica si assomigliano tantissimo: sono alti, magri, biondi, con occhi incavati, sguardo stanco e allergia al sorriso. È una voluta strategia autoriale, un bellissimo marchio di fabbrica? Quièn sabe? per dirla alla Tex Willer.

Ah, un’ultima cosa: le pagine 51 e 78 guardatele e riguardatele senza leggere i testi. Non vi sveliamo il perché ma fatelo.

Allora, come state? Beh, se siete ancora sobri ci pensa Aldo di Gennaro e la sua (consueta) copertina-capolavoro ad inebriarvi definitivamente: l’immagine del giovane ladruncolo che sfonda la finestra è così vera che per un attimo abbiamo avuto timore che ci arrivasse addosso un frammento di vetro. Sì, Razo ha una gran fretta di uscire dalla carta: su, non offendetelo, dategli una possibilità e entrate a conoscerlo. Non ve ne pentirete.

Dasvidania! 

Lo sapevo, signore. Ma essere amici dei potenti non regala più diritti. Caso mai dà maggiori responsabilità.


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C4 MATITE:

Filippo Marazzini

Studia per mangiare, scrive per digerire.

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