Recensione: Silverwood Lake

Editore Tunué
Autori Simona Binni
Prima pubblicazione Settembre 2016
Prima edizione italiana Settembre 2016
Formato 19,5 x 27 cm
Numero pagine 168 a colori

Prezzo 16,90 euro

Mi era venuta in mente una cosa, di andar giù a vedere cosa stesse facendo Mal Brossard. Ma tutt’a un tratto decisi che in realtà quello che dovevo fare era tagliare la corda immediatamente – quella sera stessa eccetera eccetera. Voglio dire, senza aspettare mercoledì né niente. È che non mi andava più di stare là. Mi faceva sentire triste e solo.
– da Il giovane Holden

IN QUEL MILLIMETRO BIANCO

Terminata la lettura, mentre ripensavo a Silverwood Lake, l’ultima opera di Simona Binni edita da Tunué nel settembre 2016, mi sono ricordato di questa frase de Il giovane Holden. La metto qui sopra, come epigrafe.

Silverwood Lake coverPerchè, ecco, mi sembra che le 168 pagine di Silverwood Lake si inseriscano in quel millimetro di bianco c’è tra il punto dopo “Brossard” e il “Ma” successivo. Proprio lì in mezzo, non si scappa. Simona Binni aveva un obiettivo (raggiunto): scrivere sopra quel millimetro bianco, tentare di descrivere l’attimo di sospensione e smarrimento che precede sempre i nostri momenti di scelta. Ma come riuscirci? L’autrice ha deciso di raccontare questo attimo in un modo inedito e bellissimo: dilatandolo, ingrandendolo fino a trasformarlo in qualcosa che anche noi lettori potessimo comprendere, capire ma, soprattutto, abitare.

Un luogo.

E questo luogo – l’area di sosta dove ci fermiamo in cerca di risposte prima del salto nel buio, lo spazio dove tirare le somme prima di ripartire con più convinzione – da adesso (almeno per me) ha un nome e si chiama, appunto, Silverwood Lake.

La trama, in breve e senza spoiler. Isaak Lane abbandona improvvisamente la propria famiglia lasciando un solo, laconico biglietto e fa perdere le sue tracce scegliendo di diventare un homeless. Passano gli anni: un giorno il figlio Diego, giornalista, riceve una telefonata da una clinica della California. Il padre è stato portato lì in stato confusionale e necessita di qualcuno che si prenda cura di lui…

Stop.

No, la frase di Salinger forse non basta. Serve qualcosa di più pulito, più scientifico. Perché Silverwood Lake è anche altro: è una definizione, articolata in sei capitoli, di che cosa significhi, nel mondo degli uomini, il verbo “fuggire”.
Allora riproviamo così, dall’Enciclopedia Treccani. Fuggire: 2. Allontanarsi rapidamente da un luogo.

ALLONTANARSI

Silverwood Lake tavola 1Dopo che il padre stenta a riconoscerlo, Diego, per cercare di comprenderne le scelte e riappacificarsi con lui, decide di andare a stare in un camping in riva ad un lago, una vera e propria oasi dove alcuni homeless hanno scelto di vivere, lontano dalla società. Qui tutto, piano piano, comincia a cambiare, sciogliendo la rabbia e l’amarezza che il giovane uomo cova da tempo dentro di sé e portandolo ad una nuova consapevolezza.

Come nella sua opera precedente Amina e il vulcano dove il setting era rappresentato dai suggestivi scorci della Sicilia, Simona Binni dà una grande centralità al paesaggio: è l’ambiente naturale che permette a Diego di tornare alle proprie radici e trovare la chiave per riscoprirsi.

Tutto ciò è amplificato da una precisa (e azzeccata) scelta coloristica: gli interni, le luci artificiali e i panorami cittadini sono resi con colori freddi e spesso scuri. Diego abbandona le certezze di una routine in bianco e nero e approda in un mondo che è vivo perché in primis colorato.

Via dalla città, via dal passato. La riva del lago, il bosco, le montagne cambiano seguendo il ritmo delle stagioni e il protagonista muta insieme a loro: passa dall’inconsapevole, accecante estate del vivere, all’autunno dell’età adulta che gli regala un nuovo sguardo.

RAPIDAMENTE

Silverwood Lake tavola 2Silverwood Lake è una storia che vive di detti e non detti.
C’è un protagonista, quasi sempre sulla scena, ma la macchina da presa non indugia su di lui e passa con molta velocità da un personaggio all’altro. Diego vive in virtù del dialogo, del rapporto con chi incontra. La storia del protagonista diventa quindi occasione e pretesto per raccontare e  dare a voce ad altre storie.

Sono vite tragiche, vite dell’America profonda, esistenze minime e silenziose. Ad esempio, c’è Ted, ex professore accusato di molestie, che ha deciso di fondare la comunità oppure la giovane Celeste che sogna di fare la parrucchiera o Memo, che aspetta il padre da una vita. Sono queste le persone (riduttivo chiamarli personaggi) che popolano il millimetro bianco: vittime delle loro scelte passate, spesso incapaci di correre incontro ad un futuro che non vuole arrivare.

Il camping in riva al lago diventa così una nuova, piccola Spoon River, una minuscola Holt (la città invisibile della Trilogia della pianura di Kent Haruf). Tutte le storie, affluenti di un fiume del dolore taciuto, si incontrano, si scontrano e in un ritmo incalzante e coinvolgente consegnano al lettore un affresco corale di grande intensità.

Ci sono poi, nel capitolo 3, due sezioni-capolavoro che costituiscono forse una delle vere ragioni per cui leggere questo libro.
La prima è la storia dell’ex-pugile Costa Demoupolos che viene raccontata in modo magistrale (per intenderci: i ricordi riaffiorano e si fondono alle fasi di cottura di una bistecca. Detto così sembra pazzesco ma è narrazione pura). La seconda, praticamente senza dialoghi, ha come protagonista un’anziana signora che va ogni settimana in carcere per incontrare il figlio e pare uscita pari pari da una pagina de Lo straniero di Camus.

LUOGHI

Silverwood Lake tavola 3Le persone sono dei luoghi, comprende Diego, verso la fine. I rapporti, come le case in malta e mattoni, si possono costruire e ricostruire ma poi quello che occorre davvero è esserci, popolare il vuoto di chi ci vive abbiamo accanto. Come in Dammi la mano, prima opera dell’autrice, dove i due protagonisti riscoprivano il loro rapporto riverniciando e rimettendo a nuovo un aereo, anche in Silverwood Lake il (ri)costruire insieme il piccolo bar in riva al lago diventa un modo per cementare i rapporti.

Perciò un piccolo consiglio: non leggete Silverwood Lake sul divano o a letto, da soli. Leggetelo in mezzo alla gente, su una panchina, in metropolitana. Meglio alla luce del sole. Per poter dare valore alle parole che vi leggerete dentro occorre essere immersi in mezzo alle vite che, ogni giorno, casualmente sfioriamo. E fare in modo che ci tocchino.

CONCLUSIONI: “SI PARTE PER VEDERSI RITORNARE“…

Così cantava Roberto Vecchioni in “Canzone per Francesco” nel 1976. Ecco, entrare e uscire dalla pagine di Simona Binni, accarezzare con lo sguardo il suo tratto pulito, essenziale ma mai banale, è taumaturgico, insegna che ogni riflessione, ogni stasi prepara un passo in avanti. Deve prepararlo.

Silverwood Lake ci suggerisce che fuggire sempre significa non camminare mai in avanti. Il camping in riva al lago trae la sua forza proprio dall’essere una stagione dell’anima, il pezzo di un grande puzzle, una tappa di breve durata, uno specchio temporaneo. E, come ogni specchio, è rischioso fissarlo troppo a lungo.

Quindi ora basta scrivere. Andiamo a vedere cosa sta facendo Mel Brossard al piano di sotto. Oppure no?


Silverwood lake
Dammi la mano
Amina e il vulcano
The fiction
La vita con Mr. Dangerous

C4 MATITE:

Filippo Marazzini

Studia per mangiare, scrive per digerire.

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2 Risposte

  1. 16 gennaio 2017

    […] Lake, uscito per Tunué nel settembre 2016, è un libro davvero molto interessante (qui la nostra recensione) così abbiamo deciso di porre qualche domanda all’autrice, Simona Binni, per cercare di saperne […]

  2. 12 aprile 2017

    […] Recensione: Silverwood Lake, C4 Comic, di Filippo […]

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