Recensione: Tex #683 – La prigioniera del deserto

Editore Sergio Bonelli Editore
Autori Mauro Boselli (testi), Alessandro Piccinelli (disegni) e Claudio Villa (copertina)
Prima pubblicazione 7 settembre 2017
Prima edizione italiana 7 settembre 2017
Formato 19 x 26 cm
Numero pagine 100

Prezzo 3,50 euro

Da quando in qua hai iniziato a trattarmi come una donnicciola, amigo?

Non parlerei di delusione quanto più di amarezza. Non tanta, intendiamoci, in misura tale da sopravviverci senza farsi il sangue cattivo ma nemmeno così poca da conviverci senza una qualche forma di risentimento. Perché sì, l’albo La prigioniera del deserto se lo si analizza con la testa è un secondo atto scritto con attenzione e rigore ma se lo si osserva con il cuore dell’appassionato non è un numero pienamente riuscito. La sensazione che rimane, al termine della lettura, è infatti di trovarsi di fronte sì ad un compito ben fatto, senza sbavature, ma anche ad un copione seguito senza un eccessivo coinvolgimento né da chi scrive né da chi legge. Insomma, forse, un’occasione persa, una promessa non del tutto mantenuta.

APPUNTO N°1: LE ATMOSFERE E I PERSONAGGI

Il tono malinconico che tanto ci aveva colpito ne Il ritorno di Lupe va stemperandosi, in quanto l’azione entra nel vivo. Non poteva essere altrimenti, era necessario che la storia decollasse con un ruolo attivo dei Tex e dei pards. Ecco, dobbiamo annotarlo: le prime trenta pagine de La prigioniera del deserto sono eccellenti, delineano un dramma familiare che ricorda molto le saghe dei grandi romanzi ottocenteschi tanto cari (e, infatti, tanto omaggiati) da Bonelli padre. Eppure, conclusosi il racconto di Luz, tutto avviene troppo in fretta, con un ritmo narrativo che il lettore non percepisce come organico al plot. A pagarne lo scotto è, ovviamente, l’ambientazione. Un esempio? A pagina 90, il ritrovarsi di Tex e Lupe che il lettore attendeva da mezzo secolo si risolve in una sola (!) vignetta assolutamente priva di pathos quando all’inizio dell’albo quasi due tavole sono dedicate ai convenevoli tra Tex e Drigo (vedi pagine 37-38). Un altro esempio? Il rapporto che lega Ricardo, il marito di Lupe, a Rodrigo, il soprastante di Agua Negra, è solamente abbozzato e si risolve in modo eccessivamente buonista (anche per le pagine di Tex).

Ecco, i personaggi. Ce ne sono troppi per troppe poche pagine. Solo in questo albo lo sceneggiatore deve infatti presentare a chi legge tantissimi comprimari (Drigo, Lupe, Ruben e Luz, i figli della donna, i già citati Ricardo e Rodrigo). Pur apprezzando quindi l’abilità di Mauro Boselli nell’intessere trame con moltissime presenze in scena, in questo numero devo convenire che è visibile la difficoltà di riuscire a delineare in modo psicologicamente memorabile ogni creatura narrativa. E il rischio, infatti, è la banalizzazione: Rodrigo finisce per essere l’ultimo esemplare della sfilza di soprastanti crudeli presenti da sempre nella saga del Ranger, Ruben il ragazzo che diventa adulto dopo aver compreso i propri errori. Insomma, per dirla alla Forster, non personaggi a tutto tondo ma flat charachters, personaggi piatti. Livello di prevedibilità: alto.

(P.S.: la scelta di porre il confronto tra Lupe e Ricardo di fronte alla capanna dove i due si sono conosciuti e amati è una bella idea ma arriva, ancora una volta, troppo presto; non è passato un numero sufficiente di pagine perché la memoria del lettore attribuisca a quello spazio il valore di epicità che lo sceneggiatore vuole evocare).

APPUNTO N°2: LA CHIUSA

Il ritorno di Lupe andava considerato come un albo a sé stante, come un numero di introduzione ad uno svolgimento che, questo sì, sarebbe dovuta durare -da solo- almeno un paio di albi. In questo modo si sarebbe vitato di concludere con un finale davvero frettoloso che ben poco ha a che vedere con lo splendido incipit.

La chiusa,infatti, non ha purtroppo niente di originale ed è quasi un marchio di fabbrica dello sceneggiatore milanese: Lupe (come Jehtro Stevens qualche mese fa e come i fratelli Rainey) si stabilisce in un ranch, luogo fuori luogo, in attesa di essere di nuovo chiamata in causa per una nuova (assai improbabile) avventura.

Boselli è astuto perché fa sì che queste storie -le storie che chiamano in causa vecchi amici e nemici di lunga data- vadano ad arricchire il mazzo per un futuro gioco di sceneggiatura. Molto lungimirante, conveniamo. C’è un però. La nota negativa è che queste storie non paiono avere un peso, portare un progresso. In una parola: non turbano minimamente l’equilibrio del mondo texiano. Lupe era in un altrove, rimane in un altrove (ora con il nome di una fattoria). Niente di compromettente. E, infatti, il rischio corso da chi sceneggia è minimo perché tutto, poi, lo sappiamo, torna sempre come prima.

Ci auguriamo che, in occasione del settantesimo anniversario, arrivino storie non che alterino (equivarrebbe a perdere lettori) ma che siano in grado di spezzare alcuni equilibri narrativi sclerotizzati e, magari, impostare una leggerissima (ma assai apprezzabile) continuity tra i vari episodi. Insomma che riportino in auge, con le dovute differenze ed adeguamenti, quella freschezza e imprevedibilità che era cifra stilistica dei primi numeri e che è ben presente nel nuovo filone, diciamo, “del giovane Tex” (vedi “Texone”, vedi cartonato e Maxi di prossima uscita).

APPUNTO N°3: I DISEGNI

Non abbiamo trovato efficacissima la scelta del soggetto per la cover (realizzata comunque magistralmente da Villa): ci saremmo aspettati una copertina più dinamica che costituisse l’ideale contraltare a quella, epica, quasi ieratica, dell’albo precedente. Però la Lupe che in primo piano ricarica il Winchester è davvero un bellissimo colpo d’occhio. Quindi, come sempre, chapeau.

Dentro all’albo, Alessandro Piccinelli fa strike realizzando un secondo numero di altissimo livello che conferma le considerazioni sulla estrema qualità del lavoro del disegnatore di Como fatte il mese scorso. Vi segnalo, come di consueto, alcuni dettagli che mi hanno colpito durante la lettura per la loro efficacia visiva:

  • Le quattro vignette con le quali, a tavola 11, viene presentato il personaggio di Rodrigo. Sembrano uscite da una pagina di Dumas (se padre o figlio scegliete voi).
  • Le pagine 52 e 53 che costituiscono un dittico riuscitissimo. Sono due tavole senza dialoghi che rendono in modo magistrale la luce del giorno e il buio della notte nella prateria messicana. Insomma, potete ammirare una giornata a cavallo sintetizzata in nove vignette. Mica male, no?
  • La quarta vignetta di pagina 89: Piccinelli ha deciso qui di fissare su carta la paura. Da notare il taglio fotografico che dona ancora più realismo.
  • Accorrete, a pagina 97 stanno girando la scena di un film! Eh sì, bisogna solo ammirare: qui tutto è regia pura.

Il mese prossimo ci attende la prima parte di una storia scritta da Pasquale Ruju e disegnata da Alfonso Font. Un consiglio, pards:  tirate fuori sciarpa e cappotto perché sta arrivando l’inverno e la neve in Wolfman sembra cadere dannatamente fitta!

C4 MATITE:

Filippo Marazzini

Studia per mangiare, scrive per digerire.

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