Recensione: Tex speciale #32 – Il magnifico fuorilegge

Editore Sergio Bonelli Editore
Autori Mauro Boselli (testi) e Stefano Andreucci (disegni e copertina)
Prima pubblicazione 20 giugno 2017
Prima edizione italiana 20 giugno 2017
Formato 23 x 30 cm
Numero pagine 240

Prezzo 6,90 euro

Mi stanno ancora alle costole! 

Prendete Tex, toglietegli i pards, una ventina d’anni, la stella da Ranger e l’obbligo di sparare sempre e solo per legittima difesa. Dategli un destriero leggendario, un carattere da ragazzaccio impertinente e il romanticismo dei cavalieri erranti. Calatelo nel West più puro: che sulla pagina ci sia solo lui, la polvere, il deserto dell’Arizona, due Colt 44 e un fucile Henry. Amalgamate tutto, spolverate con qualche scazzottata e un paio di agguati, aggiungete il primo, epico incontro con l’amico Cochise e avrete il trentaduesimo “Texone”. Un albo che, a nostro parere, si può chiamare in un solo modo: miracolo.

ESERCIZI DI STILE

Ma facciamo un passo indietro.

Nonostante al giorno d’oggi la situazione globale sia di difficile interpretazione una cosa al mondo è certa: i lettori di Tex, mese dopo mese, amano ritrovare ripetute alcune dinamiche narrative ormai super consolidate. Non per semplicità intellettuale ma perché, per una strana (e mai più replicata) alchimia, il personaggio piace proprio in virtù del suo granitico e coerentissimo comportamento.

Quindi sì, chi legge Tex generalmente non ama i cambiamenti: lo sanno tutti e lo sa in particolar modo Mauro Boselli che ha capito -molto gattopardianamente- che con Tex l’unico modo per cambiare è non cambiare niente, se mai solamente aggiungere. Se i personaggi sono pochi, occorre inserirne di nuovi. Se le sparatorie diventano scontate, bisogna ridurle di lunghezza. Se le storie cominciano a ripetersi bisogna aprire nuovi, fecondi filoni narrativi.

Okay, tutto giusto, ma in concreto come diavolo si fa ad offrire un Tex sempre nuovo eppure sempre uguale a sé stesso? Il magnifico fuorilegge è la prova tangibile che questo si può fare e che non servono grandi mezzi, conta solo avere in tasca due jolly. Una buona idea (e in questo il mitico Bos non è secondo a nessuno) e, soprattutto, saper scrivere. Di più, saper scrivere utilizzando molti e variegati registri stilistici. Così i personaggi di Boselli pensano pochissimo, si muovono rapidi e parlano da dio. Prestate attenzione al prologo (va da pag. 17 a pag. 32 ed è, da solo, un piccolo capolavoro): ogni gesto compiuto e ogni parola pronunciata hanno un peso, fanno parte di un rito, di una liturgia. Dove diavolo era finita quella lingua lì, che ti fa respirare l’aria dell’Arizona mantenendo però un lessico tutto nostrano? Dov’era finito quel fraseggiare? Quando leggi Gianluigi Bonelli pensi com’era bravo lui, quando leggi Claudio Nizzi quanto sei scarso tu, ma quando leggi Mauro Boselli quello che pensi è: come sono belli i fumetti. Sì, perché queste 240 pagine sono abitate da una lingua che è, di per sé, un mondo. È l’idioma (coloritissimo) del primo Tex, quello degli anni ’50/’60 (“anime belle”, “non uno ma cento inferni”, “ti impicco con le budella”) che incontra le sublimi descrizioni di Elmore Leonard e le smargiassate alla Tarantino. Il tutto con un ritmo che definire solo eccezionale sarebbe offensivo: iniziate a leggere, riuscirete a smettere?

IL PASSATO DI TEX

Ma Il magnifico fuorilegge oltre ad essere scritto in modo sublime è anche un albo importante per la continuity della saga del Ranger. Importante non solo per i contenuti (presenta il primo, lo dicevamo, rendez-vous con Cochise) ma anche perché si ripropone di scandagliare uno dei numerosi (e molto intriganti) coni d’ombra che il passato del personaggio presenta. È stato dunque aperto un ramo narrativo, quello che potremmo chiamare delle “avventure del giovane Tex”, che si mostra davvero molto ricco.

Ora, a riguardo, il nostro giudizio a riguardo è sospeso: da un lato ci auguriamo che questo format venga riproposto spesso perché è nuovo, frizzante e davvero ben fatto; dall’altra ci piacerebbe che questo “Texone” potesse rimanere una magnifica eccezione. Perché se da un lato denota inventiva, dall’altra denuncia una difficoltà nel proporre idee e storie nuove mantenendo il personaggio sempre e solo sulla stessa linea temporale. E infatti -è innegabile- optare per un Tex giovane significa avere le mani molto più libere: nel plot possono entrare pards occasionali (è il caso di Dusty, alter ego di Carson e di Will Kramer, una sorta di Kit Willer ante litteram), il fatto che il protagonista sia un fuorilegge apre scenari inediti e, soprattutto, offre la possibilità di delineare l’eroe in maniera diversa e -a nostro vedere- molto più moderna.

Perché il Tex che dopo l’accusa di omicidio del fratello Sam a Culver City (non vi ricordate i dettagli? Ripassate gli albi nn. 83-85) si dà alla macchia si distanzia di molto da quello che conosciamo. È un giovanotto perennemente braccato e quindi sfiduciato. È un personaggio crepuscolare che ricorda forse alla lontana il mitico Ken Parker. Punto fisso: il senso di giustizia che ci permette di riconoscerlo subito, a occhi chiusi. Alt, di più non vogliamo dire. A voi la sentenza.

DISEGNI

Con questo trentaduesimo “Texone” si rientra pienamente nella tradizione degli ultimi albi speciali: ai pennelli non più autori esteri di fama internazionale (con la piacevole eccezione dello scorso anno), ma impegno a valorizzare i maestri di Casa Bonelli che davvero ben poco hanno da invidiare ai disegnatori transalpini o di oltreoceano. Già, perché scomodare Enrique Breccia o Mike Deodato se a Roma vive un certo Stefano Andreucci che nel deserto del New Mexico sembra esserci nato? Quello che però fa di un Texone un’opera riuscita non è solamente l’altissima qualità dei disegni (da sempre cifra distintiva della collana), ma la perfetta dialettica tra la scrittura e la resa grafica. In questo senso, possiamo dire senza alcun dubbio che le tavole di Andreucci faranno scuola. Hanno la semplicità e la leggibilità dei grandi, un utilizzo magistrale dei bianchi e tratteggiano un Tex davvero iconico. Di più: insegnano che per raccontare e raccontare bene non è necessario rompere la gabbia ma bastano nove vignette ben meditate. Insomma, la meraviglia di una novità che è già un classico.

Chiudo rimandandovi alla sequenza (la potete vedere qui sotto) che apre pagina 196 perché a nostro parere riassume perfettamente sia l’arte di Andreucci sia lo spirito dell’albo. Sono cinque vignette rapidissime, rese con un tratto preciso e potente che riesce a stregare l’occhio e che fa centro. Due volte.

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C4 MATITE:

Filippo Marazzini

Studia per mangiare, scrive per digerire.

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